lunedì 5 febbraio 2018

" THE POST " di Steven Spielberg ( USA, 2017 )

La libertà di stampa e i suoi limiti . Il ruolo di un giornale in una società pluralista. I media, in generale, tra doverosa funzione sociale e ricerca di un profitto sempre più necessario per alleggerirne la  dipendenza dai finanziamenti esterni. Ecco tre bei temi, scottanti e niente affatto superati pur nel  mutare delle tecnologie e dei gusti del pubblico . Tutto il dibattito attuale, che parte dal possesso dei mezzi di comunicazione di massa e arriva al dilagare dei " social " e alle " fake news ", sta lì a dimostrarlo.  E' vero che i quotidiani hanno perso molti lettori e che  la loro capacità di influenzare l'opinione pubblica è andata via via scemando. Non per questo l'informazione ( con sua sorella gemella, la... disinformazione ) è diminuita di importanza, ciò va da sé. E' cambiato il medium, il contenitore, ma la sostanza ed il contenuto sono gli stessi ed assumono il medesimo rilievo per lo stato di salute delle nostre democrazie.
Sono queste le riflessioni che mi ronzavano nella mente prima e dopo la proiezione del bel film di Steven Spielberg, " The Post ", giunto finalmente sugli schermi italiani. "The Post ",  per antonomasia è chiamato così il " Washington Post ", ancora oggi un punto fermo nel variegato panorama informativo internazionale. Tra la fine degli anni '60 e l'inizio dei '70, cioè quando è ambientata la storia raccontata nel film, era un organo di stampa vicino o vicinissimo a fonti di informazione di prima mano ( la Presidenza e l' Amministrazione Usa, il Congresso ) e perciò  bene attrezzato ed autorevole al pari di altri quotidiani statiunitensi  ma ancora a  diffusione prevalentemente locale,  non capace di gareggiare quindi con un colosso come il " New York Times ". Un giornale " liberal ", destinato agli ambienti politico-amministrativi della capitale, aperto al nuovo ancorchè imbevuto della grande tradizione politico-ideale del Paese, teso spesso ad inseguire, al di là dell'informazione ufficiale, la verità dei fatti nel desiderio di soddisfare un pubblico  più colto della media, in gran parte giovane, o comunque al passo con i tempi. E che tempi, se pensiamo che da pochi anni l' America ( e, sulla sua scia, l' Europa ) stava conoscendo la più rapida rivoluzione nelle mentalità e nel costume dall' inizio della civiltà industriale.

La vicenda al centro del film necessita un rapido ripasso della situazione politica interna ed internazionale di quell'epoca. Sempre più impelagata nel conflitto vietnamita, costoso in termini di vite umane e di finanziamenti, l' Amministrazione repubblicana guidata dal Presidente Nixon nel giugno del 1971 deve far fronte alla improvvisa pubblicazione sul maggior quotidiano del Paese, il " New York Times ", di un rapporto segreto predisposto dal Ministero della Difesa sul coinvolgimento Usa  degli ultimi vent'anni nella penisola indocinese, trafugato da un funzionario " pentito " che ne assicurava la custodia.  Con grande imbarazzo della allora classe dirigente, ne emergeva una lunga sequela di tragici errori di valutazione ad opera delle autorità civili e militari, di  gravi e continuate violazioni del diritto internazionale e soprattutto - ciò che la società americana non era disposta a perdonare facilmente - di continui occultamenti della verità  a danno dell'opinione pubblica interna. L' Amministrazione, rivoltasi alla magistratura, ottiene in un primo momento il divieto
 di proseguirne la pubblicazione in nome dell'asserita inopportunità della divulgazione non autorizzata di un documento suscettibile di offuscare l'immagine degli Stati Uniti nel mondo e di metterne in pericolo la sicurezza esterna. A questo punto, impossibilitato il " Times " a continuare nell'iniziativa o a passare il rapporto ad un altro giornale, il " Post " decide di procurarselo per suo conto e di continuare a renderlo noto attraverso una serie di articoli dei suoi redattori Un nuovo processo ed un sollecito, definitivo verdetto di un giudice federale e poi, a ruota, della stessa Corte Suprema  ( da ammirare l' immediatezza del sistema giudiziario d'Oltreoceano...) sancisce, finalmente, la liceità della pubblicazione dei documenti in nome del buon diritto dell'opinione pubblica ad essere informata del comportamento dei  suoi governanti. Il " Post ", e con questo, i lettori, hanno vinto la loro battaglia. Il giornale , salito alla ribalta per la sua coraggiosa iniziativa, acquista da questo momento ancor maggiore visibilità ed autorevolezza.

Sbaglierebbe però chi pensasse che il film sia così solo  una specie di noioso documentario ( o  semplice "docufiction" ) sullo scandalo dei " Pentagon papers ", ormai semisepolto da una coltre di oblio. Non pochi degli scontri di idee di quei tempi finiti nelle aule dei tribunali e molti di quei personaggi pubblici ( Nixon, McNamara- l'amletico Segretario di Stato alla Difesa dell'epoca  ) non possono più avere , in effetti,  la stessa intensità e la stessa presa sul pubblico di oggi. No, pur puntuale e preciso nella obbligata rievocazione delle grandi linee fattuali dell' episodio e nel tratteggiarne il significato politico, " The Post " sceglie invece la via di una narrazione serrata, affascinante come un " thriller ", delle difficoltà finanziarie ed organizzative interne in cui si trovava allora il giornale e della genesi della coraggiosa - o temeraria , se preferite - decisione della proprietà e della redazione di raccogliere la sfida posta dal divieto di pubblicare i documenti segreti ed intraprenderne la pubblicazione interrotta dal " Times ". Una specie di " dietro le quinte " della grande Storia, convincente ed efficace. Ed i due personaggi che vengono posti al centro della vicenda, Katharine Graham- la proprietaria ed editrice del quotidiano - e Ben Bradlee - il caporedattore, sono il vero  motore dell'azione. Due persone molto diverse per censo, formazione e comportamento, trovatesi insieme di fronte ad una delle più difficili scelte della loro vita. Da un lato la ricca e raffinata Signora Graham, erede del giornale appartenuto tradizionalmente alla sua famiglia, una donna sola in un mondo - allora - prevalentemente maschile, dall'apparenza esitante e calcolatrice ma in realtà capace di assumere decisioni di importanza delicatissima . Dall'altra Ben , il capo della redazione, di cui si intuiscono le origini ed i gusti meno elitari, giornalista fino al midollo ( " sempre sul pezzo " , cioè sulla notizia, si dice nel film ). Sono i due volti, in un certo senso, dell' America di sempre. Fondata sulla giustapposizione , e sull'alleanza nei momenti migliori, della " upper class " detentrice delle ricchezze del Paese  e della classe media o medio-inferiore, che sgobba, portando il peso dello sforzo produttivo del paese. Due realtà  mosse spesso da obiettivi diversi ma fuse poi nell'intraprendere una via di giustizia e di progresso. In questo il film di Spielberg, oltre a riallacciarsi al suo stesso cinema "politico " ( da " La lista di Schindler " al recente " Il ponte delle spie " ) si ricollega idealmente alla tradizione del grande cinema democratico americano, quello per intenderci dei Ford, dei Capra, dei Vidor e dei Kazan.

Un tantino retorico, lo avrete capito, " The Post " lo è. Parliamoci chiaro. Le cose non stanno sempre come il film vorrebbe farci credere. Nixon non era probabilmente solo quel volgare bandito liberticida che una certa narrativa vorrebbe. La pubblicazione dei "Pentagon papers",  oltre a riaffermare la libertà di stampa ed il sacrosanto diritto dei governati di controllare i loro governanti , qualche danno all'immagine e alla credibilità degli USA nel mondo  forse lo causò veramente. Ma quel che conta nel film , e fa la sua bellezza, è lo spettacolo dello sforzo collettivo ( proprietà, sostenitori, giornalisti, maestranze ) che porta  alla sfida e al susseguente successo. Ancora la caccia alla " balena bianca ", che tanto ha segnato l'immaginario letterario ed artistico dei nostri amici americani, questa volta coronato dalla vittoria in una causa che, a conti fatti, lo meritava ampiamente. Un film " giusto " dunque e perfino commovente nel farci vedere come la determinazione di un pugno di persone può raggiungere uno scopo sormontando tutte le difficoltà.
Ben fatta la sceneggiatura, con il continuo saltare agilmente  e in parallelo da un ambiente all'altro, incalzante il suo ritmo espositivo. La regia di Spielberg ( ormai un " grande vecchio"   del cinema a stelle e strisce ) è solida, fluente, con qualche superba inquadratura che richiama passati, insuperabili modelli dei migliori film Usa sulla stampa ( da " Quarto potere " a " L'ultima minaccia " ). Da quando ha ritrovato tutti i suoi collaboratori abituali ( fotografia , musica, scenografia, costumi ) i suoi film sono molto belli solo da vedere, prodotti di alta qualità ( ricordarsi sempre che il cinema non è solo arte, cioè genio e sregolatezza, ma anche serrato lavoro di équipe e risultato, quindi, di un rispettabilissimo progetto produttivo senza il quale le migliori delle intenzioni resterebbero...tali ).
Interpretazione all'altezza delle ambizioni del film, che necessitava - è evidente- due grandi attori per i personaggi pricipali. Merryl Streep, liberatasi dai " cabotinages " visti e deprecati la scorsa stagione in " Florence ", è finalmente misurata e convincente. Tom Hanks ( un pò ingrassato e sempre più rassomigliante al William Holden degli ultimi film ) mi è parso molto a suo agio nella parte del collerico ma decisissimo caporedattore. Bene tutti gli altri ( Nixon , da vero " cattivo ", lo si vede solo di spalle o di tre quarti, ma la sua voce chioccia e leggermente isterica è molto somigliante, ovviamente nella versione originale e sottotitolata che caldamente vi consiglio, ove disponibile ).
Un'ultima notazione. Ho visto il film in una delle sette sale del nuovo cinema Anteo di " City Life " a Milano. Schermo gigantesco, qualità dell'immagine e del suono perfetta, poltrone supercomode, temperatura ambiente e grado di umidità finalmente ottimali. Se si vuole riconquistare il pubblico inducendolo ad uscire di casa e a pagare il prezzo di un biglietto, questa e non altra è la via da seguire. 

4 commenti:

  1. Incredibilmente bello! Mi ha commosso l’alleanza tra il direttore e la proprietaria nell’arrivare al giusto traguardo con la consapevolezza di essere nel giusto. Grazie per la completa ed ammirevole recensione, aspettavo con ansia la pagina. Quando sarò a Milano Non mancherò di vedere questo nuovo spazio. Un affettuoso saluto. Francescaboccassini

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    1. Gentile Francesca, certo, si può dire che il film sia una nuova pagina del lungo romanzo ( cinematografico )basato sull'alleanza pragmatica - prima ancora che ideologica - che permette di raggiungere ( giusti ) traguardi. Ed in questo, l'ineguagliabile ottimismo americano ci dà assolutamente dei punti, facendoci vedere come si possano conseguire dei risultati partendo dalla volontà, dalla determinazione e dalla capacitàdi resistenza. Un affettuoso saluto e, magari, arrivederci a Milano

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  3. Mi sono piaciuti i film di questo regista. Mi chiedo quali altri film https://filmstreaminghd.co/musicale/ assomigliano al suo lavoro?

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