lunedì 16 luglio 2018

" THREE FACES " di Jafar Panahi ( Iran,2018 ) / " COLD WAR " di Pawel Pawlikowski ( Polonia, 2018 )

Nella rassegna dei film di Cannes 2018 presentati nelle scorse settimane a Milano, di cui vi ho parlato recensendo la " Palma d'oro " giapponese ( " Shoplifters " ) e il bellissimo sindacal-thriller " En guerre ", vi erano altri due film su cui mette conto ora di soffermarsi. Perchè ? Innanzitutto perchè entrambi di un certo valore e meritevoli quindi di segnalazione, nel caso che i distributori italiani si decidano ad immetterli nel circuito commerciale, magari nella prossima stagione. E poi perchè, nella malaugurata eventualità che non ce li facciano vedere in Italia e non riusciate ad acchiapparli altrove o in video, di essi rimanga almeno traccia in questa rubrica tra i bei film  dei  quali abbiamo  se non altro discusso, Certo leggere di un film senza averlo ancora visto o sapere di poterlo vedere quando ci pare, può essere leggermente frustrante. Ma può servire a  darci egualmente dei dati e delle informazioni delle quali, se siamo interessati alle vicende della settima arte, possiamo fare tesoro per la nostra personale  enciclopedia  di nozioni, di ricordi, di sensazioni, di curiosità legate al cinema. E può rafforzarci, naturalmente se diamo credito all'opinione di chi quel film ha visto e ce ne parla, nel convincimento che ci stiamo forgiando  circa le ragioni per cui un film è bello o almeno suscettibile di piacerci. Io , questi due film , li ho trovato piuttosto buoni e cercherò ora, sinteticamente, di spiegare perchè.

Jafar Panahi è un regista iraniano che non può uscire dal proprio Paese perchè gli hanno ritirato il passaporto per motivi politici e che ad un certo punto non aveva neanche più il permesso di girare film ( di qui l'espediente di girare il film precedente, " Taxi Teheran ", fingendosi un  tassista della capitale e riprendendo, in gran parte  grazie ad una microcamera nascosta  nello specchietto retrovisore, atteggiamenti e dialoghi dei suoi occasionali  clienti ) . Questa volta il film è girato  con l'ausilio di una modesta cinecamera mobile, interamente al confine tra Iran e Turchia e quindi abbastanza lontano dagli occhi dei " controllori " iraniani per permettersi una certa libertà  nel trattare un tema sociale molto delicato : quello dell'emancipazione femminile. Per carità , il regime clerico-totalitario non è certo affrontato di petto e mancano allusioni troppo scoperte alle cause del permanere di una condizione di minorità in cui, laggiù vivono le donne. Ma gli sguardi, gli atteggiamenti, le situazioni che il film obiettivamente fissa sullo schermo sono di per sè eloquenti e racchiudono un nuovo lucido ed appassionato  richiamo all'eguaglianza, alla libertà e alla solidarietà tra tutti gli esseri umani, cioè a tre difficili itinerari che, nell'affrancamento ( un giorno ) delle donne di quel Paese, troveranno un potentissimo stimolo. I tre volti del titolo sono quelli , appunto, di altrettante donne - una, un'anziana danzatrice dell'epoca prerivoluzionaria che in verità intravediamo appena, e le altre,  due attrici, una matura ed affermata, l'altra giovanissima e ancora alle prime armi -  che rappresentano in un certo senso  tre epoche successive dell' Iran contemporaneo. E l'ultima, carinissima birbante, è il motore del film  perchè costringe in pratica l'attrice più anziana , accompagnata dal suo regista ( lo stesso Panahi ) a spingersi fuori Teheran alla sua ricerca ( è scomparsa  e si teme per la sua vita , ma si scoprirà che è tutta una messa in scena per rendere più malleabili i genitori verso la sua " peccaminosa " carriera artistica ) . Il film è appassionante come un documentario sulle trasformazioni che anche se a fatica stanno avendo luogo in Iran e struggente come una bella storia intergenerazionale, un  sommesso grido  di speranza e di liberazione. Girato, come abbiamo accennato, con mezzi rudimentali, ha nondimeno una forza ed una delicatezza estetica perfettamente aderenti al suo assunto umanistico. Ancora una volta il cinema iraniano, anche se spesso semiclandestino o maltollerato dalle autorità, si rivela interessantissimo, ricco di spunti mai banali e di grandi talenti.

Dalla Polonia ci giunge invece questo " Cold War "  ( che ha giustamente vinto a Cannes il premio per la miglior regia ). Pawel Pawlikowsi, il suo artefice ( sceneggiatore e regista ) è l'erede , in un certo senso, dei due  grandi cineasti che, nel secondo dopoguerra, hanno fatto conoscere all'estero il cinema polacco : Andrzej Wajda e Krzysztof  Kieslowski. Del primo ( il regista de " L'uomo di ferro " e " L'uomo di marmo ",entrambi sulle vicissitudini del comunismo alla polacca ) ha preso la capacità di situare le sue storie su di uno sfondo storico-politico ben preciso e che imprime subito ad esse una traiettoria  più ampia e collettiva. Del secondo ( l'autore della serie " I dieci comandamenti " ) sposa,  in una certa misura perchè al di fuori di un preciso contesto religioso, il gusto per le vicende di anime travagliate ed in lotta permanente prima con sè stesse che con gli altri. Il suo precedente film , " Ida ", la vicenda di una giovane aspirante novizia in un convento sullo sfondo di antiche vicende immediatamente successive alla fine dell'ultima guerra, era apparso già molto convincente e sufficientemente maturo. Questo " Cold war " rinnova in un certo senso il suo interesse per gli anni immediatamente successivi all'avvento del comunismo e storicizza le vicende dei due protagonisti su di un arco di tempo che parte dal 1946 e  si spinge sino alla metà degli anni ' 60 del secolo scorso, cioè fino all' apparente e mistificatrice " liberalizzazione " del regime prima dell'avvento di Solidarnosc ed alla definitiva frattura delle masse con il regime stesso. I due personaggi  principali ( un pianista  " borghese " che si è accostato al partito comunista per mera convenienza e anela di fuggire all'Ovest , una ragazza di origini contadine molto avvenente, brava cantante ma che sembra lasciarsi trasportare dalla corrente e fatica ad individuare i suoi veri obiettivi ) sono tratteggiati con maestria e finezza di introspezione psicologica, La " guerra fredda " qui non è solo quella che separa due mondi politicamente opposti ma simboleggia quasi, mi sembra di poter osservare, lo stato di eterna belligeranza tra due esseri umani che , ancorchè si amino e si cerchino, non riescono a fondere i loro caratteri, le loro aspirazioni. Il contesto  in cui ha luogo la  vicenda, ritmata da musiche e canzoni che danno al film una dimensione particolarmente accattivante- non solo elemento decorativo  ma componente essenziale che ne accompagna e dirige quasi lo svolgimento- è vario e molto intelligentemente descritto. Dalla Polonia passiamo spesso ad altre capitali europee ed in particolare a Parigi ( quasi il polo " capitalista " e libertario per eccellenza, opposto  alla Varsavia comunista ed ipocrita ), ciascuna con le sue certezze , le sue attrattive ma anche le sue profonde insufficienze .Un insanabile conflitto : guerra  "fredda" appunto , ma non meno acuta e devastante per un giovane polacco di oggi che sia affascinato da quel periodo storico e che si interroghi, su quello sfondo, circa gli  insondabili misteri dell'animo umano. Regia fluida, modernissima, eppure classicheggiante nella chiarezza espositiva. Interpretazione sontuosa ( la giovane " prima donna " è da gran premio ) colonna sonora curatissima. Tanto di cappello, come si suol dire, per uno dei giovani registi più interessanti del cinema europeo di oggi. 


Termina, con questa nota odierna, la seconda serie della rubrica di approfondimento cinematografico che state seguendo. La stagione è ormai agli sgoccioli, i film buoni sono stati presentati: si attendono i prossimi festival, Locarno e poi Venezia, per dare inizio alla nuova, il prossimo autunno. 
Facendo un pò di conti, mi sono accorto che questa di oggi è la settantasettesima puntata della rubrichetta. Nata un pò per gioco e nel semplice desiderio di  condividere con i miei amici l'emozione che avevo provato rivedendo alcuni film di Hitchcock,  nel luglio del 2016, dopo due anni essa si è certamente irrobustita ed occupa ormai un posto importante  nel mio immaginario e nelle mie occupazioni ( oltre ad andare al cinema tutte le settimane , per dieci mesi all'anno, scrivere è faticoso e richiede tempo ). Ma sono, dal mio punto di vista , molto soddisfatto. Non solo per quanto mi offre in termini di riflessione sulla mia grande passione che è sempre stato il cinema. Ma anche e soprattutto perchè mi consente di stabilire un dialogo a distanza con tanti appassionati, amici di vecchia o di nuova data ( grazie, Alfredo, per diffondere ogni settimana il messaggio sul tuo vasto network... ). Un dialogo spesso concreto, fatto di apprezzamenti ma anche, talvolta, di qualche perplessità come è giusto che sia. Più ancora di frequente, un dialogo che non è fatto solo di espliciti scambi di opinione ma che è come una grande, solida, silenziosa rete che tutti ci unisce attraverso il filo invisibile della simpatia , del rispetto reciproco, dell'amore per l'arte e  per la bellezza. Come diceva Hitchcock ? " Il cinema è la vita senza le parti noiose ". Grande verità , in un mondo in cui abbiamo  sempre più bisogno di antitesi robuste alla torpida assuefazione ed al decadimento morale che ne è la naturale conseguenza,  contro il conformismo e la stupidità. Lunga vita al cinema, dunque, ed arrivederci a settembre ! 


giovedì 12 luglio 2018

" UNSANE " di Steven Soderbergh ( USA, 2018 )

Chi pensava ,ed  io per primo, che i distributori cinematografici italiani non ci avrebbero offerto più nulla di veramente valido - ora che l'estate batte il suo pieno -  deve fare ammenda almeno parzialmente. Da pochi giorni è sui nostri schermi, infatti, l'ultimissima fatica di Steven Soderbergh, il talentuoso  cinquantacinquenne regista americano. Avevamo appena finito, poche settimane or sono, di commentare il suo penultimo film in ordine di tempo ( " Logan lucky " , diventato in Italia " La truffa dei Logan " ) quando ci arriva, a ruota si può dire ,questo " Unsane " ( stesso titolo italiano ) che, ancorchè girato lo scorso anno , è uscito negli " States" questa primavera ed è stato presentato in contemporanea al Festival di Berlino. Se " Logan lucky " era un ottimo " divertissement ", appesantito solo nel finale da una sceneggiatura un pò contorta, questo " Unsane ", scaraventato quasi per caso in una programmazione ormai da imminente chiusura estiva, è ancora meglio. Mi rafforza in pieno nell'idea che Soderbergh sia uno dei registi tecnicamente più preparati tra quelli  oggi in circolazione ed uno che mastica, come si dice, pane e cinema con la stessa naturalezza. 

Intendiamoci, in " Unsane " sembra di trovarsi in pieno in quello che una volta si sarebbe chiamato un " B movie ", cioè quei film " di genere "  che costituivano, ancora trenta o quarant'anni fa, prima dell'offensiva in grande stile delle serie televisive, il nerbo della produzione di Hollywood e che attiravano vaste platee. Il " genere " qui potremmo definirlo  l' horror  psichiatrico, tipo il celeberrimo " La fossa dei serpenti ", con tanto di cliniche-lager che nascondono più di un  segreto nei loro lugubri sotterranei, infermieri sadici e, ovviamente, una " demselle in distress ", cioè una giovane donna presa al laccio e  che fa una tremenda fatica ad uscirne fuori. Insomma, gli ingredienti classici ci sono tutti, attualizzati solo  per convincerci che siamo al giorno d'oggi e che non stiamo rivivendo un lontano ricordo cinematografico, ma sufficienti per farci provare le stesse emozioni, lo stesso brivido di paura.
La protagonista, che ha un bizzarro primo nome, Sawyer ( come Tom... ) , ci appare nelle prime scene come una giovane donna in carriera, normale per quanto si possa esserlo in un'epoca così disumanizzata come la nostra, magari un pò spigolosa con clienti e capi, abbastanza solitaria. Sapremo presto che ha dovuto trasferirsi dalla sua città natale perchè perseguitata da uno " stalker " particolarmente ostinato e che essa, in preda ad una forte depressione,  " sente " ancora presente accanto a lei. Indotta con un artificio, durante una visita di routine, a ricoverarsi " per  accertamenti sul suo stato" in una clinica nitida e asettica quanto basterebbe per diffidarne (c'è dietro una sordida " combine " tra assicurazione privata e istituzione sanitaria volta a riempirne  i posti letto ) Sawyer presto  si rende conto che la sua volontà non conta più nulla e che ormai è prigioniera come una mosca incappata nella tela di un ragno. " Pazza " tra autentici deboli di mente, le sue tribolazioni ( di cui non dirò ) incominciano appena, in un crescendo di angoscie e  di disavventure  che, in capo ad un'ora e quaranta di film, giungeranno all'epilogo in un modo brillantemente rocambolesco.

Ridotto così all'osso, il film può apparire marginale nella filmografia dell'autore (che ha comunque alternato, senza complessi, opere ambiziose ad altre maggiormente commerciali)   e destare qualche dubbio preliminare quanto agli apprezzamenti critici molto positivi con cui è stato accolto. Sarebbe peraltro un errore, a conti fatti, non rilevare almeno due  grossi meriti che esso presenta e che ne fanno, a mio parere, il miglior film di Soderbergh da diverso tempo a questa parte.
Innanzitutto va rilevato come la storia di pazzia, vera o presunta, della protagonista e i suoi traumi di " stalkerizzata " ( che avrebbero potuto darci un mélo scontato ed  abbastanza pesante ) interessino il regista fino ad un certo punto, almeno in quanto tali. Non vi è infatti alcun approfondimento psicologico del personaggio, nè ci vengono offerti soverchi dettagli sulla sua passata esistenza , salvo rapidi flashback di sobria efficacia narrativa. Di tutta evidenza  il centro del film sta altrove. Esso risiede cioè nella descrizione stessa, asettica e oggettivata il più possibile, del sinistro stabilimento psichiatrico, dei personaggi che lo abitano, delle vicissitudini della protagonista. Potremmo essere in un " fumetto " ( sempre fumetto d'autore, beninteso ) dinnanzi ad una serie di immagini che si susseguono davanti ai notri occhi per il  tormento e la gioia di semplici " voyeurs ". Tutto è nella struttura esteriore del film , nel suo essere un puro, scintillante, oggetto cinematografico, la cui  ragion d'essere non va cercata in alcun particolare significato o progetto che ne sia alla base ma nel chiaro  piacere di filmare di cui dà prova il regista. Cinema allo scopo di fare cinema, che si risolve nell'atto stesso della creazione, insomma. E tenendo fede con coerenza al suo assunto anti-intellettualistico Soderbergh giganteggia in messa in scena , solida scansione del susseguirsi delle inquadrature, perfetta direzione di attori ( su tutti la protagonista , l'inglese Claire Foy, famosa per alcune serie televisive, come " The Crown ", in cui interpretava una giovane Elisabetta II )

Il secondo punto a favore del film  sta nell'essere stato girato ( per mano dello stesso Soderbergh, grande esperto di luci e di immagini fotografiche ) grazie alla microcamera di un normale telefono cellulare, un Iphone 7, per la precisione. La grande libertà che offre questo mezzo in fase di ripresa è stato utilizzata dal regista non tanto per risolvere gli usuali problemi tecnici  che si sarebbero posti con i mezzi tradizionali o per abbattere i costi di produzione (il film è costato in tutto un milione e mezzo di dollari,una vera sciocchezza) quanto per dare vita ad un particolare ed innovativo linguaggio cinematografico. La bellezza del film ( davvero un bell'oggetto da ammirare in sè ) sta proprio in questa libertà dal condizionamento imposto dagli usuali strumenti di ripresa che gli ha consentito una fluidità ed una " sintassi " perfettamente congeniale ad una storia di menti che vacillano, di realtà oggettiva e di rappresentazioni distorte di tale realtà. Molti grandi angolari, prospettive " falsate ",  immagini leggermente deformate, frequente ricorso al piano- sequenza e , di conseguenza, pochi campo-controcampo, un andamento a tratti sornione ed a tratti improvvisamente nervoso, in perfetta sintonia con l'atmosfera generale della vicenda. Una lezione di cinema  quanto mai stimolante e che ci permette in pratica di archiviare con soddisfazione una stagione  non avara certamente di qualche opera che resterà nel ricordo. 


giovedì 5 luglio 2018

" L'AFFIDO " di Xavier Legrand ( Francia, 2017 )

Qualunque film , al pari di un'opera letteraria o drammatica o di un brano di musica,  cioè di ogni creazione artistica che, a causa della  sua struttura, può essere  fruita solo  "in progressione " secondo una sequenza preordinata dall'autore, ci dovrebbe apparire  fin dall'inizio  sorretto ed animato da un' idea centrale che ne determini la traiettoria e  ne irradi tutte le parti.  Una idea forte,   che si mantenga  e si  sviluppi inesorabilmente fino alla fine , fino alla conclusione di quell'esperienza sensoriale e  allo scioglimento del particolare stato d'animo che ci ha accompagnati lungo il suo  percorso. Una " rivelazione " del significato, direi quasi della " ragione " del film , che può talvolta non essere facilmente scorta dallo spettatore e  che gli sfugge, quindi, quando non emerga con la dovuta chiarezza. Oppure, caso anch'esso  non infrequente, quando quello che credevamo di avere identificato come l'intento o " l'animus " dell'autore  risulti poi una  pista illusoria che non ci consente di arrivare alla " verità " dell' opera. In entrambi i casi , se si esclude l'ipotesi di una insensibilità o non  sufficiente reattività degli stessi spettatori, la responsabilità di quanto accaduto  va attribuita necessariamente agli autori, regista e sceneggiatore in primo luogo . Sono essi , in definitiva, che se "non si sono fatti capire ", hanno fallito il loro compito, o per non averci permesso di cogliere  la " ragione " del film o per non aver tenuto fede a questa fino alla fine. Insomma, personalmente non credo ai geni incompresi e al mito di uno spettatore troppo pigro per fare la fatica di comprenderli. Poichè sono essi, gli artisti , che debbono saperci trasmettere, con continuità e coerenza, l'emozione che ci permetterà così di cogliere le loro intenzioni e di pervenire ad un pieno godimento della loro opera. 

Lunga premessa - ma non credo superflua - per affermare che " L'affido " , da poco sui nostri schermi, potrà anche essere, come qualcuno ha rilevato, non privo di difetti di costruzione che ne inficiano in ultima analisi l'impatto ed il valore specifico. Ma che certo non può essere accusato di  celare il suo gioco, di nascondere insomma quale sia appunto quella inesorabile traiettoria che è al suo interno e che viene sviluppata in modo che a me appare quanto mai convincente. Film francese che rivendica la sua origine " grand public ", non elitista,   si fa apprezzare per l' " umiltà " programmatica con cui  affronta  un argomento che è molto sentito dall'opinione pubblica di oggi, cioè le drammatiche lacerazioni  che possono determinarsi nella vita di coppia e le loro conseguenze sui figli  E per la capacità, ripeto,  di far emergere fin dall'inizio il suo tema centrale- il disadattamento sociale e la forza distruttrice dell'individuo che ne sia affetto - senza mai deflettervi, in una progressione drammatica che diviene   sempre più coerente e che ci rivela  man mano con assoluta evidenza quale sia il punto di vista " morale" del regista-sceneggiatore Xavier Legrand, qui al suo primo  e promettente lungometraggio. Se si riflette al suo titolo originale ( " Jusqu' à la garde " )  le intenzioni dell'autore   dovrebbero risultare abbastanza trasparenti fin dall'inizio. La " garde ", è vero,   evoca letteralmente  "l'affido " della versione italiana, cioè il provvedimento di un giudice minorile che decide che il figlio maschio della coppia formata dai nostri personaggi,  Antoine e Miriam, da poco separati, sia affidato ad entrambi a rotazione,  secondo una crudele spartizione del tempo e degli affetti. Ma la " garde ", in francese , è anche l'elsa di una spada e l'espressione " jusqu' à la garde "  vuol dire, metaforicamente, " fino in fondo ", " fino alle estreme conseguenze ", come di chi , appunto, affondasse una spada fino all'elsa nel corpo di un avversario E questa inesorabile traiettoria , questo crescendo di incomprensione , di incomunicabilità , di lotta  e di orrore che dividerà sempre di più Antoine da un lato , Miriam e il figlio dall'altra, è il tema declinato senza alcuna flessione o perdita di ritmo da questo bel film . Avevo potuto vederlo a Parigi l'inverno scorso ed è triste che  giunga a noi in un momento nettamente meno favorevole, quando la stagione sta finendo ed i distributori, in tutta evidenza, non ripongono grandi speranze negli ultimi " scampoli " che ci offrono mentre le sale si fanno sempre più deserte. 

Dunque Antoine e Miriam sono i protagonisti di questa storia. Due persone come tante, banali, estrazione sociale medio-inferiore, cultura presumibilmente modesta. Un tempo ( quando ?) devono pur essersi amati,  aver deciso di fondare una famiglia, avuto dei figli. Da quanto capiamo e molto presto incominciamo a vedere con i nostri occhi , se Miriam ha avuto forse le sue " colpe "( introversa, poco trasparente, leggermente manipolatrice ) Antoine è l'uomo che probabilmente non avrebbe dovuto mai sposarsi e diventare padre. Scarsamente cosciente delle sue responsabilità, tendenzialmente infantile, portato al vittimismo, niente affatto  empatico, si aggrappa alle prerogative che la legge ancora gli riconosce per tormentare la moglie, non concederle l'affido esclusivo del figlio ( la figlia adolescente vive già con la madre e non intende avere più alcun rapporto col padre ) angariare e umiliare il ragazzino che ha il diritto di tenere con sè tutti i fine settimana. Questo Antoine ( bravissimo l'attore che impersona un personaggio così sgradevole ) è in un certo senso anch'egli una vittima ( forse dei propri genitori, certo della nostra società ) ma è al tempo stesso il carnefice della moglie separata e del figlio : minacciati, tormentati, spiati e seguiti, in un crescendo di folle persecuzione che , nel finale , sembra quasi virare pericolosamente verso il filone horror, alla " Shining " per intenderci. Ed è qui che i detrattori di Legrand lo hanno accusato di scarsa coerenza , di improvvisa rottura della tonalità impiegata fino ad allora dal film : dal dramma familiare mantenuto nell'alveo dello psicologismo e di un  sociologismo, diremmo,  da aula di tribunale si  passerebbe di colpo, spezzando l'unità concettuale ed estetica dell'opera, ad un film sopra le righe, quasi granguignolesco e con un finale "inverosimile " . Niente di meno vero. In realtà- ed è qui che Legrand riesce a legare convincentemente l'uno e l'altro registro della vicenda - la parabola di Antoine, il suo scendere sempre di più nel disadattamento e in un sordo vittimismo senza costrutto, sino alle scene parossistiche del finale, è annunciata fin dalle prime scene, fin dal suo presentarsi come una brav'uomo, comprensibilmente solo un po' depresso, al suo piagnucolare con la moglie , al tentare puerilmente di riconquistare la simpatia del figlio.

Insomma, sembra  dirci Legrand ( che ha dilatato, per questo primo lungometraggio, un suo precedente "corto " sulla stessa vicenda che gli aveva valso molti apprezzamenti  ) un comportamento malato o violento non nasce all'improvviso. Ma è preannunciato da una serie di segnali , magari non subito percettibili o agevolmente decifrabili, che sono premonitori del tormento prima e poi della tempesta che agiterà quel cuore e quella mente. E il cinema, incaricandosi di seguire, riferire o ricostruire, come più si preferisce, quel percorso di dolore e di follia, tanto più riuscirà nel suo intento quanto saprà creare un clima di inquietudine, di minaccia e di attesa che faccia presagire che qualcosa sta per accadere, che siamo in direzione " borderline ", sicchè tutto quel che succede poi  appaia non come una sorpresa ma come la naturale , inevitabile conseguenza di premesse così dubbie e pericolose. Tutto quanto  ho appena detto riesce molto bene a " L'affido ", che si conferma così film intelligente,  oltre che moderno e  vibrante. Passi per i difetti di sceneggiatura o per qualche " citazione " di troppo nella parte finale. Siamo in presenza di una gran bella opera prima e di un autentico artigiano del cinema che sa quel che fa e quel che fa lo fa bene. Fotografia un pò troppo smagliante per un film abbastanza " dalle mezze tinte ", gli attori sono a posto, inclusi i minorenni . Miriam è Léa Drucker, vista in altri film . Qui è sufficientemente ambigua e distante perchè lo spettatore ( giustamente ) non partecipi subito per lei. A questo povero Antoine, prototipo di tanti maschi confusi e rancorosi di oggi, non vogliamo almeno lasciare il beneficio del dubbio, del nostro  dubbio cioè che - in meno violento- la moglie non sia poi tanto meglio di lui ?

lunedì 25 giugno 2018

" EN GUERRE " di Stéphane Brizé ( Francia, 2018 )

Che cosa succede quando la filiale francese di una multinazionale tedesca decide di chiudere uno dei suoi impianti al fine di delocalizzare la produzione in Romania, gettando praticamente sul lastrico i mille e cento dipendenti ? E tutto ciò non  per una  mancanza assoluta di redditività di quello stabilimento. Ma semplicemente perchè i profitti che esso genera , a detta della Società e dei suoi azionisti, non sono abbastanza remunerativi del capitale investito. In pratica, perchè producendo altrove - con un costo della manodopera inferiore e maggiori sgravi fiscali -  la Società ricaverebbe ancora  di più. E tanto peggio per il personale dell'unità destinata alla chiusura, anche se, due anni prima ,  i sindacati interni avevano sottoscritto - e sempre rispettato -  un accordo quinquennale con la direzione con il quale, in cambio della  conservazione dell'attività produttiva e dei livelli di occupazione, si impegnavano dal canto loro a rinunciare a qualunque richiesta di aumento salariale.
Ecco una storia come purtroppo se ne sentono e vedono tante, in quest'epoca di globalizzazione  e di progressiva  deindustrializzazione di regioni europee un tempo fervide di attività ed oggi preda di una  crisi difficile da superare. E poco importa se, da un punto di vista strettamente economicistico, abbiano ragione azionisti e  amministratori delegati, forti oltretutto della libertà di intraprendere  assicurata loro dalle leggi vigenti. Per gli operai della fabbrica è un'autentica tragedia , specie se vivono in una zona industrialmente troppo " matura " e  dove non vi siano quindi concrete alternative di impiego.
Del tutto umano e comprensibile, quindi, che i salariati della filiale francese della multinazionale tedesca di cui stiamo parlando decidano di non accettare l'indennità di licenziamento offerta loro dalla Società e scendano in agitazione permanente a difesa dei loro posti di lavoro.

Ecco il punto di partenza del bellissimo film presentato a Cannes  poche settimane or sono e visto adesso nella rassegna milanese appena conclusasi. Il suo titolo , " En guerre ", richiama un vero e proprio scontro, quella che diventa fatalmente una  contrapposizione dai toni sempre più alti e concitati. Da un lato  i sindacati dei lavoratori della fabbrica destinata alla chiusura ( la CGT, molto di sinistra e particolarmente combattiva più una sigla indipendente e meno ideologicizzata ). Dall'altro la  coriacea direzione della filiale francese , in un primo momento, e poi  lo stesso , quasi irraggiungibile e pertanto mitico,  amministratore delegato della casa madre tedesca. Come in una vera guerra, strategia e tattica guidano le iniziative dei due contendenti, in un'altalena di speranze e di delusioni soprattutto da parte dei lavoratori. Questi ultimi, economicamente la parte più debole nella tenzone, riescono dapprima a tenere in scacco la controparte con un lungo sciopero che se rischia di ridurre il fatturato della fabbrica ( e pertanto, paradossalmente, di accelerarne la chiusura ) attira loro, d'altro canto,  un benevolo intervento dei poteri pubblici   e una certa simpatia dell'opinione pubblica . Ma i rapporti di forza  appaiono subito troppo sbilanciati. L'esasperazione cui giungono alcuni dei lavoratori, indotti a veri e propri atti di violenza nei confronti dei rappresentanti della locale confindustria e dello stesso " grand patron " tedesco, e le divisioni interne al movimento sindacale ( estremisti contro elementi  portati invece ad un tentativo di conciliazione economicamente più soddisfacente ancorchè perdente quanto alla conservazione dei posti di lavoro ) finiscono col minare la popolarità dell'azione  di lotta presso il grande pubblico. E quindi, fatalmente, col ritorcersi contro le tenui speranze  dei salariati stessi. L'epilogo - che non vi dirò - lascia l'amaro in bocca . Ma una appropriata postilla, aggiungo, potrebbe essere quello slogan del " maggio '68 ", di cui proprio adesso festeggiamo il cinquantenario, che affermava "  ce n'est que un début : continuons le combat !". La strada da percorrere, in effetti, è ancora molto lunga prima di arrivare ad una equa e soddisfacente composizione del fisiologico conflitto tra capitale e lavoro. Conflitto che sembrava andare attenuandosi, per la verità, negli scorsi decenni ed oggi appare  destinato a riacutizzarsi  a causa degli avversi fenomeni globali che sono sotto gli occhi di tutti.

Il film descrive la vicenda che ho cercato di riassumere adottando il punto di vista dei lavoratori in stato di agitazione, sposandone le inquietudini, la collera , le inevitabili rigidità di ragionamento ma anche la passione genuina, lo slancio teso in difesa del loro lavoro. Non è un film " neutrale ", voglio dire con questo. E' vero cinema politico, forzatamente " pedagogico " e dimostrativo.  Come quello di Loach ("Io,Daniel Blake " ) come quello di Guédiguian ( " La casa sul mare " ) come, almeno in parte, quello di Cantet ( " L'atelier " ), per restare alle opere delle ultime stagioni.  Ma, al pari dei film che ho appena citato non è manicheo. Non esalta come santi i sindacalisti e gli operai in sciopero e non bolla come démoni gli industriali ed i loro funzionari. Ognuno, proprio come in guerra, difende il suo " territorio ", le sue posizioni. L'altro, il " nemico ",  lo è indipendentemente dai suoi meriti o dalle sue colpe. Per una sorta di fatale, incoercibile dialettica economica che non può che spingere entrambi sulla via del conflitto, diremmo. Ecco dunque perchè lo scontro è doloroso, a volte tragico, privo di  un possibile " lieto fine " per gli uni e per gli altri , ma soprattutto per i lavoratori che rischiano ogni giorno riduzioni di orario e quindi di salario, licenziamenti, disoccupazione. Il regista e sceneggiatore Brizé, da questa situazione così apparentemente senza sbocco, ha tratto un film che ha il merito di emozionare, commuovere, far riflettere lo spettatore, magari turbarne la coscienza. Non  è necessario parteggiare per  uno dei due campi ( ma il regista " sa ", e ce lo fa vedere, chi rischia di più nella lotta ) quanto  prendere atto che il sistema economico attuale- pur se, con tutti i suoi difetti,secondo me resti razionalmente il migliore -  sia a volte profondamente  ingiusto e foriero di ulteriori divisioni e lacerazioni.  Senza una vera comprensione reciproca ed un'autentica volontà di superare il cozzo degli interessi contrapposti. " In guerra ", appunto, finchè qualcuno vinca e qualcuno sia sconfitto.

Un film che potrebbe essere monocorde e scontato, se raccontato in modo " classico ", diventa invece , miracolosamente, uno dei più cinematograficamente eccitanti di questo scorcio di stagione.  Brizé impiega una tecnica espressiva vicina a quella di un " réportage " televisivo, alternando alle lunghe ma movimentate sequenze delle riunioni tra sindacati e direzione della fabbrica, finti " telegiornali " che danno notizie ed immagini, forzatamente parziali e prive dell' antefatto e delle cause, sull'andamento della controversia. Ne deriva un ulteriore senso di " straniamento " rispetto alla virulenza del conflitto di cui noi spettatori seguiamo invece ogni più piccola evoluzione ed uno di "soffocamento" per la ripetitività degli argomenti delle due parti in causa e l'incomunicabilità tra di esse che ne consegue. Nervoso, spesso ripreso con una camera portatile ( tipo vero " film di guerra " ) ricco di primi piani in cui le reazioni dei protagonisti assumono una evidenza plastica di drammatica intensità,  " En guerre " non è mai noioso. Dà, è vero, come qualcuno ha notato, un vago senso di angoscia per l'incalzare delle sequenze e l'acutizzarsi del conflitto. Ma è adrenalina " buona " per lo spettatore, che lo spinge al coinvolgimento, all' emozione catartica, alla riflessione ricca dei continui stimoli che egli riceve. Grande cinema , dunque, e non solo semplice cinema militante ( che si esurisce cioè nella dimostrazione di una tesi preconcetta) ma opera che spinge in avanti le possibilità del cinema di raccontare una vicenda senza togliere ad essa quell'ambiguità - o ambivalenza - che ogni evento umano porta inevitabilmente con sè. La regia di Brizé è sovrana nelle descrizioni di ambiente, nel tratteggiare le tipologie umane , nel far continuamente " sobbalzare " l'azione drammatica, senza lasciarla adagiare nella prevedibile routine degli interminabili conciliaboli o dimostrazioni di forza di cui essa è inevitabilmente punteggiata. Fotografia splendida, con tinte ( necessariamente ) cupe ma smaglianti. Interpretazione ( quasi tutti attori non professionisti ) di sorprendente forza e misura al tempo stesso. Su tutti, l'unica " vedette ", quel Vincent Lindon che era già al fianco di Brizé ne " La legge del mercato " : espressivo, potente, tragico nella sua chiusura ideologica e nel suo idealismo " victorhughiano ". A Cannes il film non ha avuto neanche il più piccolo premio ma è stato ricompensato, dicono le cronache, dal più lungo applauso- quasi venti minuti - che sia stato registrato quest'anno.


martedì 19 giugno 2018

" SHOPLIFTERS " di Hirokozu Koreeda ( Giappone, 2018 )

Un plauso alle " Vie del Cinema ", la manifestazione che da qualche anno porta alcuni dei film di Cannes e di Venezia in anteprima a Roma e a Milano, per averci permesso di vedere " Shoplifters " ( titolo internazionale ) del giapponese Hirokozu Koreeda, vincitore della Palma d'oro di quest'anno, in anticipo rispetto ad  una sua auspicabile uscita nel circuito commerciale italiano. Che avverrà speriamo presto, considerato anche il consenso unanime che ne ha salutato la proiezione prima ed il massimo riconoscimento poi sulla " Croisette ". Ma le vie della nostra distribuzione,  si sa,  sono imperscrutabili ed è per questo che mi è parso opportuno  cogliere ora l'occasione per poterlo valutare .
Va premesso che quello del  regista e sceneggiatore del film in questione, pur noto ed apprezzato nei festival internazionali dove le sue opere hanno avuto spesso lusinghiera accoglienza, è un nome ancora poco conosciuto dal pubblico occidentale. Tutto il cinema giapponese, del resto, negli ultimi anni non ha riscosso  il forte interesse che hanno destato invece, per restare nella cinematografia asiatica, il cinema cinese o quello coreano. Lontani insomma i tempi di Ozu, Kurosawa , Mizoguchi, per citare i tre maggiori registi del cinema nipponico di tutti i tempi che, nel secondo dopoguerra, lo resero popolare in Europa e in Nord America.Questo Koreeda, autore da una ventina d'anni a questa parte  di film intimisti e imperniati prevalentemente sui rapporti all'interno di una famiglia, era passato qui da noi  abbastanza inosservato sino ad oggi. Ed è quindi un bene che l'attenzione mediatica , dovuta proprio alla incontrastata vittoria della sua ultima opera in una competizione che  presentava tanti ottimi concorrenti, ce lo faccia ora  conoscere meglio.

Dunque, vediamo. Siamo nella periferia di Tokio, in mezzo ad un intruglio abitativo da far impallidire perfino i più sfacciati "palazzinari" romani.  Alti casoni popolari ed abitazioni dall'apparenza più borghese  si giustappongono senza una qualche logica urbanistica, tra sopraelevate che si intersecano e sulle quali sfrecciano auto e treni superveloci, tra  centri commerciali tristi e levigati come in qualunque altra megalopoli del pianeta. In basso, rasoterra, in mezzo ad una stenta vegetazione sopravvissuta non si sa come, qualche misera baracchetta di pochi metri quadrati, lamiere e legno compensato, in cui vive l'umanità più minuta. Una di queste famigliole di diseredati che ci vivono ammassati l'uno sull'altro ( ma la maggior parte degli abitanti,anche di maggior reddito, non ha a disposizione spazi molto più ampi, nella capitale giapponese ) è quella nella quale siamo introdotti dopo poche inquadrature e che  è la protagonista del film. Il capofamiglia lavora saltuariamente come manovale, la donna con cui egli vive (forse sua moglie) porta a casa una paghetta come operaia in una fabbrica di vestiario, una figlia poco più che adolescente, bellina, si industria a guadagnare pochi spiccioli come ballerina in un "peep show " di infima categoria . C'è poi un ragazzino preadolescente  ( che, causa i lunghi capelli sulle spalle ed i tratti gentili, confesso di aver scambiato all'inizio per una femminuccia ) il quale ,da solo od  insieme ai genitori ( ecco il titolo del film ) pratica spesso e volentieri l'arte di trafugare con destrezza prodotti, alimentari e non, dalle scansie di negozietti e supermercati. Per sopravvivere , certamente. Ma taluni accenni di dialogo contenuti nel film  lasciano supporre che potrebbe anche esserci, da parte del padre che è il suo istruttore ed  istigatore, un desiderio di ribellione e di rivalsa per le ingiustzie della società. Sia come sia, se non abitasse una vecchia con loro, che tutti chiamano " nonna " e che  mette in comune la pensione di riversibilità del defunto marito ed arrotonda a sua volta in modo abbastanza misterioso, c'è da credere che se la passerebbero tutti molto, molto peggio. Anzi,  la loro generosità e disponibilità  li porta addirittura, come vediamo nella sequenza d'apertura del film, ad ospitare e praticamente adottare, sfamandola e vestendola, una povera bambinella infreddolita che vive nelle vicinanze, trascurata e lasciata sola dai suoi genitori immemori, che diverrà così la sesta abitante della loro baracchetta.

Raccontato così, il film potrebbe indurci a ritenerlo un nuovo esemplare di cinema miserabilista, costruito per  commuoverci e suscitare magari in noi un vago sentimento di protesta per la precaria condizione  di questa famigliola "sui generis". Un film di denuncia, insomma. Ma non è questo l'intento di Koreeda, anche se ovviamente nulla lascia supporre che egli  giustifichi il permanere di cospicue sacche di miseria nei paesi economicamente più avanzati come il Giappone. Il film , infatti, ed è qui il suo aspetto più nuovo ed  interessante,  alla misera esistenza della famigliola in termini di possesso di beni materiali contrappone   una autentica e  prepotente gioia di vivere tra i suoi componenti, una serena aspettativa di ciò che la vita ci riserva e che non ci è dato conoscere, unite ad  un grande amore ed attaccamento reciproco. Sensazioni, stati d'animo, che non annullano certo le difficoltà in cui essi si dibattono ma le sublimano, per così dire, in un sentimento panico in cui tutto trova la sua collocazione e la sua ragion d'essere : così la soddisfazione di un buon pasto ( i protagonisti ingurgitano, sgranocchiano , sbocconcellano  lungo tutto il film, quasi ad esorcizzare lo spettro della fame ) come  la comprensibile tristezza per un inconveniente o una improvvisa difficoltà, il piacere che può dare una povera gita al mare o  la stretta tra due corpi , il freddo ed il caldo , il sole e la pioggia, l'alternanza sovrana delle stagioni. Il sentimento profondo della natura, l'osservazione amorevole delle piccole cose  (un insetto su di una pianta, come una biglia di vetro che il ragazzino nel suo bugigattolo illumina con una piccola torcia elettrica e sembra rivelargli ogni volta immagini meravigliose) sono, come sappiamo,   caratteristiche proprie della civiltà e della filosofia orientale.  Qui divengono altrettante vie da percorrere  per lo spettatore occidentale che lo aiutano a capire meglio come questa famigliola di diseredati possa vivere in sostanziale serenità e in  un equilibrio emotivo davvero per noi sorprendenti. Mentre poi , e qui il regista introduce nella seconda parte del film la sua polemica garbatamentele politica, le istituzioni pubbliche di una società come quella giapponese, che ha pur  rimedi  e sollecitudine encomiabili per contrastare il "disagio sociale ", mancano proprio - nella loro fredda ed asettica efficienza -  di quella flessibilità, di quella compassione, in breve di quell'amore che abbiamo visto dominare i rapporti della stramba famigliola. Amore che è poi, sembra ricordarci questo film, l'unica ricetta  sicura per mitigare, dandole un senso,  la nostra  triste condizione umana.

Un film, come si può capire, che poggia su solidi valori : fiducia nell'uomo, amore universale, tolleranza reciproca. Ma non un film banalmente " buonista ". I personaggi vengono posti di fronte alle loro responsabilità, Koreeda sa che viviamo in un mondo duro e che ognuno deve fare la sua parte, crescere, migliorare sè stesso e gli altri, anche se poi il corso della natura e l'evoluzione ineluttabile degli eventi umani si incaricano di indirizzare la nostra esistenza. " Grazie " , questa è  la  semplice parola che sentiamo pronunciare dalla vecchia e saggia nonna quando sulla misera  spiaggia libera dove la famigliola è andata a prendersi un momento di vacanza osserva con affetto gli altri componenti che sguazzano felici nell'acqua. Ecco, essere grati alla vita, così come viene , per quel poco o quel tanto che ci dà. Basterebbe questo, da un punto di vista contenutistico, per battere le mani a Koreeda ed amare il suo film. Ma il film, siatene certi, ha pregi e significati " alti " anche da un punto di vista strettamente cinematografico. Se si entra nella sua  particolare  estetica  (tempi più dilatati che in una normale inquadratura del cinema occidentale, insistenza sulle piccole cose, volti dei personaggi scrutati, si direbbe, in ogni minimo anfratto delle loro espressioni, sovrano dominio della natura che incombe , l'estate, l'inverno, il sole e la pioggia ) il film è di una coerenza esemplare. Ogni immagine trasmette con delicatezza eppure con potenza espressiva i sentimenti e i valori di cui si è detto prima. Apparentemente con superiore semplicità, senza sforzo apparente. Ma Koreeda, pur ispirato, non lascia nulla all'improvvisazione e compie, in realtà,  un lavoro da certosino con i suoi collaboratori tecnici abituali. La fotografia è curatissima, netta e luminosa così nelle scene invernali come in quelle delle altre stagioni. La musica è particolarmente suggestiva , come  lo sono i suoni  dell'ambiente circostante ( quella pioggia che batte sulle lamiera della baracchetta quando il padre e la madre sono soli e si abbandonano ad un momento di intimità .. ).
Ho lasciato da ultimo gli attori, a noi ovviamente totalmente sconosciuti. Non perchè non meritino, ma perchè sono tutti egualmente bravi, grandi e piccini, mirabilmente fusi in unico , solido e delicato magma di emozioni, speranze e paure dalla abilissima direzione di Koreeda. Una menzione particolare, tuttavia,  per Sakura Ando, la madre. Quando, nell'ultima parte del film , il regista le dedica un lunghissimo primo piano in cui la vediamo mentre cerca di ricacciare indietro il pianto incombente, la recitazione regala all'intero film il suo momento più delicato e poetico. Ci porteremo dietro , per molto tempo, quello sguardo, quelle mani che cercano di frenare le lacrime sul viso. Un'ottima attrice, per un film che resterà a lungo nella nostra memoria.