sabato 8 dicembre 2018

" ROMA " di Alfonso Cuaron ( Messico, 2018 ) / " LA PRIERE " di Cedric Kahn ( Francia , 2018 )

Per fare del buon , anzi dell'ottimo cinema non c'è bisogno di molto. Bastano le idee, certo, ed il cuore  : intelligenza ( abilità tecnica ) da un lato, sensibilità artistica dall'altro. Non è una ricetta complicata. E lo prova ampiamente lo stupendo " Leone d'oro " di quest'anno. Quel " Roma " del messicano - con trascorsi hollywoodiani -  Alfonso Cuaron che, prodotto dalla piattaforma "Netflix",  è  uscito ora per pochi giorni in alcuni cinematografi  italiani prima di venire relegato nella " scatola " che lo farà vedere in seguito ( su televisori, computer e addirittura telefonini...) solo agli abbonati di quest'ultima applicazione tecnologica. Inutile tornare sul tema. C'è chi piange sulla possibile fine del cinema quale emozione collettiva, come, in gran parte, l'abbiamo conosciuto fin qui. C'è chi afferma che questo è il progresso e che dovremo abituarci al nuovo tipo di " supporto ": nè più nè meno come alla progressiva sostituzione della carta stampata, libri e giornali da fruire ormai in forme ben diverse da quelle tradizionali.
Lasciamo stare e prepariamoci al peggio ( se tale lo consideriamo ). Il paradosso, semmai, è che proprio un film come "Roma", girato in bianco e nero e in un  classicissimo "cinemascope ", quindi adattissimo al grande schermo ( vedere per credere ) sia stato concepito per formati molto più piccoli e di resa artistico-spettacolare forzatamente inferiore. Mistero. Accontentiamoci di nutrire comunque gratitudine per chi, finanziando il film, ha  permesso la sua realizzazione  e ce lo fa ora ammirare, anche se per poco tempo, in qualche sala del normale circuito. Perchè il film è davvero molto bello ed ha ampiamente meritato il massimo riconoscimento veneziano. Uscendo dalla proiezione ( contrassegnata, finalmente, da una cospicua presenza di pubblico già al primo spettacolo di un normale giorno lavorativo ) mi sono chiesto come mai film così semplici ed insieme profondi, capaci con pochi tocchi di commuoverci ed entusiasmarci ( una specialità della " ditta " Italia nei primi venti-venticinque anni del secondo dopoguerra ) li sappiano fare oggi quasi solo le cinematografie considerate un tempo minori : qualche paese dell' Est europeo, l'Africa , l' Oriente, l' America Latina. In questo caso il Messico : realtà composita,in chiaroscuro, con molte contraddizioni al suo interno e forse per questo un potente stimolo per chi voglia affrontarla attraverso la macchina da presa.

Il film inizia piano, quasi silenzioso, nel tratteggiarci in modo man mano più ampio e preciso una grande ma un pò disordinata abitazione di Città del Messico ( scopriremo poi che siamo nel 1970 ) in un quartiere medioborghese della grande metropoli che è proprio chiamato " Roma ", non chiedetemi perchè. E man mano facciamo conoscenza con gli abitatori : una moglie ancora piacente e dotata di un sano appetito per la vita, un marito  tabagista e distaccato (non perdetevi il ritorno a casa del " pater familias " in una obsoleta e un pò ammaccata " Galaxy ", le automobili allora erano tutte macchinoni americani difficili da manovrare in spazi ristretti ) quattro figli un pò turbolenti tra infanti ed adolescenti, una nonna dal senso pratico  e due donne di servizio a tempo pieno ( le classiche " indie ", laboriose ed ancestralmente educate alla pazienza ). Non che succedano fatti clamorosi nel tran-tran un pò monotono di questa famigliola , anche se ci accorgiamo che, fuori, le forze  al potere reprimono duramente il dissenso dei meno fortunati e non disdegnano talvolta di  appoggiarsi a corpi paramilitari fascistoidi. Finchè due fatti sconvolgono quel " ménage " apparentemente senza storia (ma che il regista ha incominciato a farci apprezzare con il suo approccio quasi documentaristico, tutt'altro che asettico, soffice e caldo al tempo stesso ). La cameriera più giovane rimane incinta ad opera di un piccolo mascalzone che poi l'abbandona. La padrona di casa è a sua volta lasciata, oltretutto in ristrettezze economiche, dal marito che fugge ad Acapulco con l'amante. Nuvole sempre più pesanti sembrano ora addensarsi sui nostri personaggi - vedrete quanto e quando - ed il film sale di tono e di intensità,ma senza  cadere in alcuna sbavatura sensazionalistica e riuscendo sempre a conservare un approccio misurato e sincero. Alla fine ciò che prevale è la gioia di vivere, l'amore che lega gli abitanti della casa tra di loro. Domani è un altro giorno e continueremo ad affrontarlo insieme. 

Temi così intimistici eppur ricchi di "pathos " si sposano armoniosamente in " Roma " ad una non oziosa riflessione sulla circostante atmosfera  del tempo, autoritaria e a decisa impronta maschile, in cui il ruolo delle donne era socialmente residuale. Che affetto evidente, scopriamo, ha Cuaron per i propri personaggi femminili : umiliate e offese, le donne sono , attraverso il loro sacrificio e la loro rassegnata ma non doma fierezza, portatrici di una speranza di riscatto per l'intera comunità. Guardate la povera cameriera india, scoprirete  attraverso i suoi occhi timidi ed onesti questo paese dai mille contrasti ma estremamente vitale e vibrante. Così come lo sguardo vacuo e sfuggente del padrone di casa o il cipiglio torvo ed esaltato di Firmin ( il paramilitare che mette incinta la serva ) ci dicono molto più di mille parole sulla deriva autoritaria di una società oziosa e incapace di operare un deciso salto nella modernità. Questa fusione tra temi personali e " civili " era la forza, ve ne ricorderete, del grande cinema italiano di una volta, dal neorealismo a Germi, Fellini, Olmi. Piace vederla qui in un film che è indiretto omaggio a quella temperie artistica, a quello stile,  a quel coraggio morale. Ma è anche , e soprattutto, una testimonianza dei fermenti culturali e politici che attraversano l' America Latina, con la prova di una raggiunta maturità artistica che pone oggi lo stesso Cuaron , con gli altri due più famosi cineasti messicani, l' Inarritu di " The Revenant " e il Del Toro di "La forma dell'acqua ", nei piani alti del cinema mondiale. Soggetto quanto mai congeniale e pertinente per consentire all'autore di tornare con la memoria al Messico della sua infanzia,  sceneggiatura senza smagliature : tutto è chiaro ed immediato oppure contribuisce ad illuminare più tardi il senso di ciò che abbiamo visto, proprio come nella vita. Regia sempre inventiva , ma senza strafare. Qui veramente capiamo come i movimenti di macchina debbano essere dettati non da una estetica fine a sé stessa ma dalla posizione morale di chi li dirige. E non vi è inquadratura in " Roma " che non ce lo ricordi costantemente, con grazia e senza pedanteria: Cuaron sa sempre dove posizionare la cinepresa e lo fa per esprimere un punto di vista mai banale. Fotografia da Oscar ( autore lo stesso Cuaron ) , in un bianco e nero di struggente risalto. Interpretazione assolutamente all'altezza, con menzione speciale per le due principali attrici. Insomma, da tempo non si vedeva un film altrettanto convincente.

Analogo discorso andrebbe fatto per " La prière " , film francese di Cédric Kahn, uscito in Francia nello scorso mese di marzo e salutato  molto favorevolmente dalla critica d'Oltralpe Se non chè, complice la circostanza che da noi, in questi giorni, lo abbiano visto in pochi ( a Milano solo tre proiezioni in un cineclub ) e che non ne sia ancora sicura la distribuzione nel circuito commerciale, preferisco rinviare al momento in cui sarà possibile a tutti andarlo a vedere una analisi più distesa. Dirò solo, perchè teniate a mente nel frattempo questo piccolo capolavoro, che anche qui , come in " Roma ", il soggetto è semplice ed austero, niente affatto noioso ( un giovane tossicodipendente, inserito in una comunità di recupero basata sul lavoro manuale, la solidarietà ed appunto la preghiera e la fede cristiana, tornerà a vivere e potrà con autonomia e raggiunta consapevolezza operare una scelta tra amor sacro e amor profano ). Ambientazione di sontuosa bellezza nelle Alpi del Delfinato, non lontano da Grenoble , sceneggiatura ben costruita e scandita da un ritmo cinematografico pacifico e solenne, regia sempre attenta a scovare la verità delle cose, nei volti e nei gesti dei personaggi ( tutti giovanissimi attori esordienti o poco conosciuti ), una fotografia a colori che incanta, una interpretazione del protagonista, Anthony Bujon, da " César " ( gli Oscar francesi ). 

  • Ricordo infine che è da qualche giorno sugli schermi l'ultimo film del regista iraniano Jafar Panahi ( quello, per intenderci, di " Taxi Teheran, grande cineasta inviso al regime degli ayatollah e costretto a non uscire dall' Iran ). La mirabile operina ( uso il diminutivo tanto è graziosa e ben orchestrata ) si chiama " Tre volti " e ne ho parlato , mi pare , il 16 giugno su questo blog. Ragione per non ripetermi ma raccomandarne a tutti la visione, in nome del cinema e, beninteso , della ( sacrosanta ) libertà di opinione.




domenica 25 novembre 2018

" WIDOWS " di Steve McQueen ( USA, 2018 )

Che si deve fare, quando ci si chiama Steve McQueen e si lavora nel cinema, per evitare  incresciosi " qui pro quo " e correre il rischio di  sentir dire " come, adesso fa anche il regista,  ma non era morto ? ". Fare io credo, come stà facendo in effetti, dei gran bei film con cui ritagliarsi un posto tutto suo nella cinematografia mondiale. Anche perchè, di somigliante al carismatico attore americano dagli occhi cerulei scomparso  nel 1980, Il nostro McQueen non ha proprio nulla. Britannico di nascita e di nazionalità, nero e cicciottello, la sua storia è tutta diversa. Artista polivalente in linea con le tendenze più contemporanee , fotografo e scultore, da una decina d'anni bazzica anche il cinema dandoci film di folgorante bellezza anche se non del tutto identici per compattezza e vigore drammatico. I suoi primi due lungometraggi ( " Hunger ", su di un militante separatista nordirlandese impegnato in un lungo e tragico sciopero della fame, e  " Shame " su di un uomo ancora giovane e completamente roso dall'ossessione del sesso inteso come unica ragione di vita ) erano due autentici pugni nello stomaco.Tesi come lame di coltello, supportati da due interpreti eccezionali ( Daniel Day Lewis per il primo e Michael Fassbender per il secondo ) rivelavano un regista capace di dominare perfettamente l'ingrata materia trattata rivestendola di forme plastiche di grande potenza drammatica. Un pò meno rigoroso e coerente, anche se capace di tenere costantemente svegli i sensi dello spettatore più smaliziato, " Twelwe years a slave ", sulla drammatica vicenda di un nero americano libero e  benestante della metà dell' Ottocento che viene rapito e condotto a lavorare come schiavo in  una piantagione del Sud, confermava nondimeno la vocazione di McQueen per le storie " forti " e la descrizione di personaggi al di fuori del comune, succubi di una condizione umana "borderline " e costretti per ciò ad una impari lotta con il fato che incombe su di loro. Proprio l'ultimo film, forse anche per l'assunto antirazzista, ha riscosso  il maggior successo tra questi tre , conquistando un paio di Oscar e consacrando definitivamente  il suo autore come uno dei maggiori cineasti della " nuova Hollywood ".

Intenzionato a non riposare sugli allori ma ad evitare nel contempo di rifare lo stesso film e quindi desideroso di spaziare in ambienti sempre diversi, questa volta Mc Queen si rivolge nuovamente agli " States " ( dove ormai vive da alcuni anni ) andando però ad esplorare il variopinto e sinistro mondo criminale di Chicago, una delle più violente città americane, dove la comunità nera nel bene e nel male è adeguatamente rappresentata. E lo fa ispirandosi, con l'aiuto della sua compagna di vita  Gillian in veste di cosceneggiatrice, ad una serie televisiva che egli seguiva con passione da ragazzo , " Widows " ( Vedove ) incentrata su alcune mogli di gangster defunti che continuano le attività criminali dei mariti dimostrando non poca perizia nel nuovo e periglioso lavoro. Tema senza dubbio originale ma che non solleverebbe di per sè il film dal rango di un film- come si suol dire - di genere, quasi una sorta , a tratti, di " B-movie " come se ne facevano a dozzine negli anni '40-'50, se non fosse per la messa in scena, di cui poi diremo, e la presenza ancora una volta di quei temi ispiratori che fanno la singolarità e la forza del cinema di questo artista angloamericano. Anche qui siamo di fronte, come già, soprattutto, in " Hunger " e poi in  "Shame ", a personaggi che assomigliano a quelli di una tragedia greca. Guidati da un destino che non dà loro scampo, costretti ad assumere fino in fondo il loro ruolo, sino all'autodistruzione o comunque ad uno scioglimento " obbligato " della loro vicenda, morte od amara vittoria. Così non solo la protagonista ( interpretata dalla vincitrice di uno degli Oscar  dello scorso anno ed intenzionata con questo film a fare forse il bis , cioè  la bravissima afroamericana Viola Davis ) ma anche le sue due colleghe bianche e gli stessi " villain ", cioè i cattivi di turno : un padre ed un figlio , politicanti dai sordidi affari, adusi a sguazzare nella corruzione, incapaci di uscire dalla loro condizione e votati al sacrificio supremo ( due interpretazioni " minori " per durata nell'economia complessiva del film ma di grande spessore, ad opera rispettivamente del veterano Robert Duvall e del più giovane ma altrettanto abile Colin Farrell ). 

Raccontare la trama del film è fortemente sconsigliabile, visti i continui colpi di scena, la tensione drammatica che tiene desta l'attenzione dello spettatore proprio per seguire l'evoluzione di una vicenda forse poco verosimile ma di grande fascino estetico. I film di Mcqueen- e qui la sua felice frequentazione di altre arti visive e plastiche lo aiuta non poco - sono sempre " oggetti " molto belli da ammirare ed assaporare da parte dello spettatore con un piacere quasi sensuale. Non mi riferisco solo alla messa in scena vera e propria ( grandi movimenti di macchina, arditi movimenti di gru e folgoranti carrellate , volti ad imprimere un andamento sontuoso e " lirico " al dipanarsi del filo conduttore dell'opera e a preparare , in un certo senso, la sorpresa finale ). Ma alla capacità di McQueen di rendere con pochi tocchi, un'ambientazione perfetta, e la creazione di autentiche " forme " cinematografiche - non mere immagini illustrative- una situazione, uno stato d'animo, un desiderio, un rimpianto. Si pensi, a questo proposito, alla bellissima scena  d'amore tra Viola Davis ed il marito nella finzione cinematografica, l'intenso Liam Neeson, e poi al ricordo fisico che la protagonista ha, nella prima parte, del defunto : inquadrature cosi' belle , di un erotismo sottile e potente al tempo stesso, capaci di descriverci il carattere ma, in un certo senso, anche il " fato " che incombe sui due personaggi, non si vedono al cinema tutti i giorni. E poi, considerato che in questi giorni si celebrano le donne e si condannono tutte le violenze su di esse, diciamo anche che " Widows " è un'autentica, affettuosa, ode alla forza, alla pazienza e  all'intelligenza di tutto il genere femminile di fronte ( a volte ) alla crudeltà e alla stolta esaltazione di sè della " gens " maschile.

Se " Widows ", pur meritevole di essere visto, non è il capolavoro che avrebbe potuto essere il difetto sta forse in una sceneggiatura troppo ricca e sovrabbondante, non chiarissima in ogni snodo narrativo, un pò troppo indulgente  verso qualche " luogo comune"  dei film di gangster ( la violenza, il sadismo di alcuni personaggi marginali ) e , in definitiva, con qualche lungaggine che poteva essere evitata conferendo al film maggiore compattezza e rigore narrativo. Qualità invece , le ultime due, di un bellissimo ( questa volta sì ) film francese di cui vi ho già parlato quando fu presentato a Cannes la scorsa primavera : " En guerre "  ( "In guerra" , il titolo italiano ) di Stéphane Brizé ( andate a cercare la mia recensione , se vi va, nelle puntate di giugno della rubrichetta ). Teso, coerente in ogni fotogramma, la descrizione degli accesi dibattiti tra " management " di una multinazionale e la commissione interna di una fabbrica che deve essere chiusa nell' Ovest della Francia, avrebbe molto per essere considerato un film noioso per la sua trama così monocorde e " respingente " per una tranquilla serata al cinema. Ma il modo - anche qui - con cui il regista ha messo in scena una situazione dolorosamente drammatica ma di palpitante vitalità, la sceneggiatura perfetta e senza alcuna smagliatura, lo raccomandano ad una visione di tutti coloro che amano il cinema. Lo segnalo ancora una volta con convinzione perchè temo che stia per uscire di programmazione e sarebbe un peccato perderlo !




martedì 13 novembre 2018

" SENZA LASCIARE TRACCIA " di Debra Granik ( USA, 2018 )

Dapprincipio lo schermo è interamente occupato, in primo piano e in campo medio, da immagini di una natura rigogliosa e suggestiva (fogliame, fiori selvatici, insetti , farfalle, riflessi di luce tra gli alberi ad alto fusto di una foresta che scopriremo poi trovarsi nell' Oregon, nel Nord Ovest degli Stati Uniti d' America ). Una natura semi-selvaggia, apparentemente inviolata e certamente poco popolata giacchè, nel silenzio circostante, udiamo distintamente i suoi suoni, lo stormire delle fronde, i versi del variegato regno animale che la abita . Ma presto, nel paesaggio, identifichiamo anche  due figure umane che si muovono rapide e  circospette, come se si sentissero spiate o incalzate da un invisibile avversario. Un uomo sui quaranta- cinquanta, barbuto, dall'aspetto trasandato, ma agile e a suo agio sui sentieri e sulle balze sulle quali si inerpica cambiando spesso direzione, accompagnato o meglio seguito non senza qualche difficoltà da una ragazzina sui tredici-quattordici anni, anche lei, come l'uomo, in abbigliamento da escursionista, sacco in spalla, atteggiamento cauto . Si direbbero due gitanti che hanno smarrito il loro itinerario prefissato. Oppure, due persone in fuga, da chi o da che cosa non sappiamo. Ci rendiamo  conto che  i due non sono visitatori occasionali quando li vediamo raggiungere una sorta di campo-base che hanno eletto come domicilio almeno temporaneo, visto che vi consumano un pasto frugale a base di alimenti raccolti nella stessa foresta e vi riposano la notte, avvolti nei loro sacchi a pelo, uno accanto all'altra. Presto ci accorgiamo anche che la ragazzina chiama l'uomo " papà ", il che toglie  qualche dubbio sul loro rapporto ma non ci fa ancora avanzare nel capire perchè essi vivano nella foresta, vedremo poi  situata solo a poche miglia da Portland, andando in città solo per qualche obbligata incursione, come rifornirsi in un supermercato,  ma sempre muovendosi a piedi, transfughi probabilmente da una civiltà urbana e da un consorzio umano dal quale vivono ormai separati.

Quelle che ho appena descritto sono solo le scene iniziali del bellissimo film di una cineasta americana indipendente, appena al suo terzo lungometraggio ma già da considerarsi una voce fondamentale nel cinema di questi ultimi anni. Debra Granik è il suo nome e qualcuno  ne ricorderà, sette-otto anni fa, almeno il precedente film " Un gelido inverno " ( "Winter's bone")  ambientato egualmente nelle zone impervie e semispopolate di quella multiforme realtà che è costituita dagli USA. Questo  "Senza lasciare traccia " (titolo originale " Leave no trace " ) è stato presentato la scorsa primavera a Cannes nella prestigiosa " Quinzaine des Réalisateurs " , che è a volte migliore della stessa selezione ufficiale in cui sono  inclusi i film che concorrono ai premi principali. Perchè un film " bellissimo ", appellativo spesso abusato ma mai come qui pienamente meritato ? Se è vero che un'opera cinematografica deve avere alla base, per dirsi compiutamente riuscita, un progetto " forte ", fatto di una o più idee interessanti verso cui coerentemente indirizzare il proprio sviluppo narrativo ed essere capace, nel contempo, di tradurre tutto ciò in forme visive di plastica evidenza, in un armonioso, convincente susseguirsi di immagini altrettanto robuste e tali da emozionarci ( e qui da commuoverci fino alle lagrime ) ebbene questo piccolo-grande film si candida senz'altro a diventare un'opera memorabile, che ogni amante del cinema dovrebbe vedere e rivedere. Senza ombra di dubbio una delle migliori, se non la migliore, di questi primi due, tre mesi di stagione cinematografica in Italia. E vediamo , più da vicino, perchè.

Il primo tema su cui ruota l'intero asse del film, quello più evidente,ed anche quello che Granik ha saputo meglio introiettare nella dinamica del film, è la contrapposizione tra natura ed artificio ( ricomprendendo tra le costruzioni " artificiali " la più antica storicamente tra queste, cioè la città, intesa come tentativo di addomesticare- o forse stuprare ? - la dimensione naturale che circonda l'uomo, fatta  di aria, di terra , di acqua, di vegetali, degli stessi animali che con l'uomo armoniosamente ne condividono lo spazio ). Da un lato, dunque, civiltà primigenia ed intoccata, alla quale l'uomo tenderebbe a tornare per ritrovare la perduta felicità e, dall'altro,  civiltà urbana,  "civilisation ", che sorta per appagare nuovi bisogni, spesso crea timore, ansia, insicurezza. Sappiamo quanto questo tema sia caro  alla cultura americana,  in letteratura da Emerson a Thoreau, a Mark Twain, nel cinema dei nostri giorni da Terrence Malick a Jeff Nichols, ed abbia spesso ispirato coloro , come Granik , che lo sentono fortemente e lo considerano, giustamente, un materiale drammatico di notevole spessore. Ma in " Senza lasciare traccia " un secondo tema, in parte parallelo al primo ed in parte sviluppantesi per linee proprie, si impone poi  con tutta evidenza. Ed è quello del contrasto tra la vita associata, le istituzioni e le formazioni sociali, la società insomma, e l'individuo il quale, per sfuggire al malessere che sempre di più avverte e che ritiene gli venga inflitto dai gruppi sociali che tendono a comprimere sempre maggiormente i suoi spazi di libertà, anela a liberarsi da qualunque vincolo e a tornare addirittura all'originario stato di natura. Sentimento fortissimo, oggi in particolare oltre Oceano  a causa anche, come vediamo nel film , degli eccessi dei poteri pubblici e relativa , disumanizzante, burocratizzazione che rischia di togliere spontaneità alla più semplice manifestazione della vita associata. E per restituire alla società il senso , il valore aggiunto che essa pur indubbiamente ha per lo stesso individuo, Granik ci descrive con immagini forti e davvero commoventi il principale motore che dovrebbe presiedere ad ogni aggregazione degli esseri umani : la fiducia reciproca e l'empatia (ma forse a quest' ultimo vocabolo così " moderno " personalmente sostituirei, nell'accezione più lata, la parola " amore ", cristiano, religioso o laico che sia  ) che  , da sole, attenuano e compongono i conflitti ed inducono alla fruttuosa,  scambievole cooperazione. Terzo ed ultimo tema " forte " di questo magnifico film, quello della famiglia, dei rapporti di sangue. Tom, la ragazzina del film, e suo padre Will appaiono uniti da un complesso legame di amore, di senso di responsabilità ma anche di sottile reciproca dipendenza e , quindi, di potere, che evolverà lungo tutto il film fino al momento culminante in cui esso sarà fatalmente messo alla prova. E ancora una volta la sceneggiatrice e regista Granik saprà affrontare artisticamente questo delicato snodo con  la sapienza, la forza e  la delicatezza  che riconoscevamo con emozione nel grande cinema  americano di sessanta-settant'anni fa, da John Ford a Nicholas Ray per fermarci solo a due degli autori che di empatia ( o della sua mancanza ) hanno intessuto le loro storie ed il loro cinema.

Opera polifonica, che tocca come abbiamo visto più temi e poggia su più moduli narrativi, "Senza lasciare traccia " è tenuto insieme da una poderosa sceneggiatura che ci dice solo quanto basta per capire storia e personaggi senza appesantire il racconto di troppe, inutili informazioni sui rispettivi retroterra. Si vede qui il frutto e della tradizione del grande cinema USA e, in tempi più vicini a noi, delle scuole di cinema che insegnano a scrivere e a costruire il film a partire da una storia semplice e scorrevole in tutti i suoi meccanismi.Ma il vero " asso nella manica " di questo film è nella regia della stessa Granik. Pudica, discreta ed equilibrata nelle scene di maggiore impatto emotivo, la scelta delle immagini e la direzione degli attori è morbida e forte al tempo stesso, in carattere con un film che fa dell'" understatement ", dell'allusione e del " non detto " il suo non tanto paradossale punto di forza. Per suggerire una situazione, una dimensione psicologica o sociale, a Granik bastano pochi tocchi delicati , senza mai salire sopra le righe , anche nei momenti più coinvolgenti e commoventi. Stante la " cifra " espositiva della regista, occorrevano qui interpreti di grande caratura e di espressività particolarmente immediata.Sono felicemente riuniti nelle persone  di un attore poco noto e  di secondo piano , qui letteralmente ispirato , Ben Foster ( Will, il padre ) e di una autentica,assai lodevole sorpresa , la giovanissima esordiente  Thomasin McKenzie ( Tom , la figlia ). Fotografia , molto importante, degnamente sontuosa specie nei numerosi esterni e musica all'altezza della situazione. In poche parole, l' America cinematografica al suo meglio.                                                                                                                 







lunedì 5 novembre 2018

" LA DONNA DELLO SCRITTORE " di Christian Petzold ( Germania/ Francia, 2018 )

Quando si trae un film da  un romanzo o da una pièce teatrale, spostare la vicenda  in un'epoca diversa da quella dell'originale è sempre operazione discutibile. Cioè, che va discussa e  analizzata, caso per caso, al fine di giudicarne la " liceità " logica ed  artistica e valutare quindi se sia compatibile con il significato dell'opera da cui il film prende le mosse. Precisiamo subito un punto. Laddove l'opera originaria  costituisca poco più di una mera fonte di ispirazione per un film che si sviluppi poi in modo del tutto autonomo, situare la trama che ne è al centro in un contesto temporale differente è in fondo poco rilevante. Quante opere cinematografiche sono debitrici (magari senza nemmeno menzionarli ) di illustri o sconosciuti " canovacci ", classici o contemporanei, per  via di uno spunto di partenza o per un determinato personaggio o ancora per un semplice snodo narrativo. Non si finirebbe più di citarle. E li', a dire il vero, le modifiche e le libertà, anche temporali, che si sono prese soggettisti, sceneggiatori e registi  non ci turbano più di tanto.  Quando invece il film si vuole la più o meno fedele riduzione o illustrazione del proprio " precedente ", letterario o teatrale , mi pare che le cose cambino. La trasposizione temporale, il passaggio da un'epoca all'altra, deve trovare infatti una giustificazione " interna " al film stesso; deve non solo preservare il significato dell' originale da cui questo è tratto ma anche essere capace di conferire una nuova e più interessante prospettiva alla vicenda  che ne è al cuore. Mostrare " Amleto " in abiti moderni ( lo si è fatto spesso anche in teatro ) non deve essere, in buona sostanza, solo una simpatica trovata esterna per "togliere un pò di polvere ai classici", come teorizzato da alcuni scioccherelli. Deve farci capire, più in profondità, che il triste principe di Danimarca è realmente un nostro contemporaneo e che le passioni, i dubbi e i conflitti che si agitano alla corte di Elsinore  ci toccano ancora da vicino, come se si svolgessero oggi.

Questa premessa non mi pare inutile introducendo il bel film di Christian Petzold, " La donna dello scrittore ",da poco sui nostri schermi dopo aver riportato un certo successo di critica e di pubblico , la scorsa primavera , alla " Berlinale " , il Festival cinematografico che si tiene ogni anno nella capitale tedesca. E tedesco è il regista ( non più giovanissimo , Petzold è arrivato tardi al successo, in questi ultimi anni, con film quali " Barbara " e " Phoenix " che in Italia, peraltro, si sono visti poco ) come tedeschi ne sono gli interpreti e tedesco è il romanzo da cui è tratto, " Transit " di Anna Seghers, scritto nel 1942. Ambientato durante la seconda guerra mondiale, con le truppe del Terzo Reich che stavano occupando l'intera Francia e dando la caccia, aiutate dalla zelante polizia di Vichy, ad ebrei e dissidenti politici di tutte le nazionalità, è un'opera certamente politica ( l'autrice era una militante comunista e, dopo la guerra, andò volontariamente  a stabilirsi nella DDR ) ma  ha anche altri obiettivi, quale quello di indagare i meccanismi psicologici che entrano in gioco in persone , come i protagonisti,  che fuggono da sè stessi, dalle loro vite passate, prima ancora che dai loro persecutori. Sostituzioni di persona, finzioni di ogni sorta, nella vicenda si intrecciano con la realtà e con echi di vite vissute o semplicemente sognate : come in un complicato gioco di scatole cinesi in cui, aprendone una, si entra in un'altra vicenda ma senza mai lasciare quella precedente. Un puzzle, insomma, di cui (complice una sceneggiatura a tratti non perfetta ) non è semplicissimo venire a capo ma di costante suggestione stilistica grazie ad una regia salda ancorchè apprezzabilmente discreta e ad una interpretazione di prim'ordine. E qui mi ricollego, chiarendone il motivo, a quanto osservavo prima sui film che, tratti da un'opera letteraria, modificano l'epoca in cui si svolge la vicenda. Petzold e i suoi sceneggiatori hanno deciso infatti di trasferire ai giorni nostri questa storia di aspiranti transfughi in un' Europa sconvolta dalla guerra . Sono rimasti come nel romanzo ( evocati nei dialoghi , anche se non si vedono mai ) i nazisti ; e ben presente, anzi visibile, permane la caccia agli " indesiderati " ( ebrei e  sovversivi, come ieri,e in più, oggi, migranti clandestini ). Ma l'ambientazione- all'inizio siamo a Parigi e poi l'azione si sposta a Marsiglia - è assolutamente attuale, con edifici, interni di alberghi ed abitazioni, uffici, a noi del tutto familiari, automobili odierne, abbigliamento dei personaggi in linea con le moderne fogge di vestiario. Questo, lungi dall'apparire arbitrario, o un tradimento dello spirito del romanzo, rende ancora più interessante ed angosciosa la vicenda, dilatandone la portata. Persone in fuga, che cercano disperatamente di emigrare verso paesi ritenuti più sicuri ( nel romanzo e nel film il Messico , dove effettivamente la Seghers si rifugiò durante la guerra ) ce ne sono sempre state nella Storia. Nella nostra apparentemente tranquilla Europa, mostrarci persone, nostri concittadini o comunque esseri umani, perseguitati ed inseguiti dalla brutalità di un potere che non ammette dissenso ci manda un sottile brivido nella schiena, ci induce a pensare che ciò che è successo una volta non è detto che non torni purtroppo a manifestarsi.Trasportando la vicenda del romanzo nell'epoca attuale, Petzold ci ha risparmiato l'ennesimo, scontatissimo film " retro " sulle violenze naziste e ci ha offerto invece un inquietante apologo, adatto ad ogni epoca, sulla repressione istituzionale che, all'improvviso, può spietatamente colpirci.

Dicevamo della regia di Petzold, che supplisce anche ad una sceneggiatura un pò contorta (va bene che la storia è complicata, ma  il " trattamento " dovrebbe servire a renderla più intellegibile, o sbaglio ? ). Curioso ma non nuovo questo fenomeno. Ottimi registi che vogliono scriversi le sceneggiature da sè anche quando, palesemente, non  possediono tutte le capacità che ci vogliono: ricordarsi di maestri quali Hitchcock o Wilder che pur avendo un passato da sceneggiatori ricorrevano spesso ad un esperto del mestiere per le  storie dei loro film. Se Petzold è uno sceneggiatore claudicante ( l'inizio de " La donna dello scrittore " è quanto mai confuso e la vicenda stenta a decollare ) è peraltro davvero un ottimo regista. Certe atmosfere, certi stati d'animo che si penserebbe siano più facili da stendere sulla carta che da incorporare nelle fugaci ombre che passano sullo schermo ( l'attesa senza evidenti prospettive  di uno dei personaggi in un piccolo caffè, la sensazione di minaccia o di incertezza che grava su alcune sequenze ) sono resi con tocchi sapienti, mano ferma e tratto equilibrato. Si sente un'origine teatrale o quanto meno una dimestichezza  con il palcoscenico che consente al regista di creare, nel film, momenti di sospensione drammatica che gli  conferiscono, a tratti, una non banale dimensione  irrealistica, capace di riscattare quel lato inevitabilmente didascalico insito in tanto cinema ( e teatro ) politico. Aiuta non poco a stabilire questo clima di vago irrealismo ( che non sottrae peraltro alla vicenda nessuno  dei significati civili o psicologici cui essa si presta ) l'uso della voce narrante fuori campo. Un espediente spesso irritante cui fanno talvolta ricorso sceneggiatori e registi a corto di soluzioni " visive " per determinate situazioni e che si limitano ad  enunciare  oralmente e dall'esterno ciò che ci saremmo attesi fosse da essi espresso interamente in immagini e dialoghi diretti. Ma che qui , invece, mi pare un fortunato "congegno " capace di  distanziare la vicenda, accentuandone ulteriormente la dimensione di  apologo ed imprimendole quasi sfumature oniriche.
Accennavamo alla recitazione, che in un film del genere acquista grande importanza e rischierebbe, ove non all'altezza, di sciupare l'impresa irrimediabilmente. Il protagonista maschile, già collaboratore di Petzold in precedenti progetti, Ferenc Ragowski, conferisce al suo personaggio, solo con l'espressività del volto e la misura dei gesti, il mistero, la fragilità e la forza di un eterno fuggiasco. La " donna dello scrittore " , il principale personaggio femminile, è interpretato benissimo da Paula Beer, già ammirata un paio d'anni or sono in "Frantz " di Ozon. Ecco una giovanissima attrice ( 23 anni ) che è già uno dei punti fermi del cinema europeo, capace di passare dal registro romantico-elegiaco a quello fortemente drammatico senza perdere nulla della sua duttilità ed intelligenza espressiva.
Un'ultima osservazione. Il titolo del film è nell'originale, quello del libro : " Transit " ("transito", il semplice passaggio attraverso una frontiera di persone e cose che debbono proseguire  verso una ulteriore valico di confine ) ed è un bel titolo perchè sta anche a significare la condizione " transeunte " che è propria dell'umanità ). Quello italiano non poteva essere lo stesso perchè , pochi anni fa, sembra sia stato proiettato da noi altro film straniero con identico titolo. Ecco quindi, ancora una volta, il ricorso all'inventiva dei  nostri amati distributori ( questa volta davvero a corto di fantasia ) senza nemmeno sui manifesti e  negli altri annunci pubblicitari, tra parentesi, magari piccolo piccolo, il titolo originario che i meno distratti avrebbero potuto ricollegare al bel film proiettato al Festival di Berlino e di cui avevano parlato bene anche i giornali italiani : per un nuovo capitoletto del trattatello " Come farsi del male da soli ", ispirato con tutta evidenza alla crescente latitanza del pubblico dalle sale cinematografiche italiane, anche quello, voglio dire, meglio disposto a vedere film di qualità se solo gli venissero annunciati e presentati in maniera decente...


sabato 27 ottobre 2018

" GIRL " di Lukas Dhont ( Belgio, 2018 )

Lara è un'adolescente di quindici anni che vive in Belgio ed ha due desideri : imparare a danzare sulle punte come le ballerine classiche, e diventare femmina. Già, perchè Lara in realtà, all'anagrafe,  si chiama Victor ed è, per il momento, un maschio a tutti gli effetti. Ma osservandolo non si direbbe proprio, tanto questi si configura esternamente come una giovane donna : lunghi e fluenti capelli biondi,  volto e corpo perfettamente glabro, abbigliamento come quello delle sue (vere) compagne di classe. Insomma, lo si prenderebbe tranquillamente per una ragazza  se non ci  fosse  quel particolare anatomico a ricordare impietosamente la sua condizione di " transgender " che ha appena iniziato un lungo e difficile percorso terapeutico  a base di ormoni femminili al termine del quale ci sarà la tanto sospirata operazione che gli farà finalmente cambiare sesso. Ecco, in estrema sintesi, come potrebbe essere raccontato questo primo lungometraggio di un giovane sceneggiatore  e regista belga, Lukas Dhont, presentato quest'anno con grande successo di critica e di pubblico al Festival di Cannes e vincitore della " Caméra d'or " , il massimo riconoscimento della sezione " Un certain régard"  nella quale concorreva. Ma sbaglierebbe chi pensasse, visto l'argomento, ad un film sensazionalistico, volto in fondo a sfruttare un tema di cui si incomincia a parlare e che può indurre più a pensieri pruriginosi o ridicolizzanti che ad uno sforzo di immedesimarsi senza preconcetti in una realtà così delicata e complessa. Ambientato a Gand (dove esiste la più grande ed affidabile clinica europea specializzata nei cambiamenti di sesso ) il film è di un rigore quasi documentaristico nel descrivere la difficile situazione di Lara (chiamiamola ormai così) e di un estremo pudore, fin dove l'esigenza drammatica lo consente, nel tratteggiarne gli aspetti psicologici e comportamentali. Un film " serio " , quindi, che evita con successo molti prevedibili tranelli nei quali avrebbe potuto andare a parare. Un film che cattura con intelligenza la nostra attenzione e che, personalmente, mi ha emozionato e commosso.

Contrariamente a quello che sarebbe stato lecito attendersi - pensiamo a più di un film , per analogia di situazioni, che abbia descritto la ricerca in età giovanile di una controversa identità sessuale -  " Girl " non ci mostra  la nostra protagonista in contrasto con la famiglia e l'ambiente circostanrte. Il padre, forse divorziato visto che non vediamo mai una madre,  non osteggia il progetto di cambiamento di sesso anzi lo sostiene, avendo accolto pienamente la vera ed insopprimibile natura di Lara. Ha accettato, per venire a stabilirsi a Gand dove  questa può seguire il trattamento medico più idoneo e studiare nel frattempo danza classica, di trasferirsi dal luogo dove la famiglia risiedeva in precedenza  (con loro  c'è anche un fratellino minore ) e di rifarsi con fatica un'esistenza personale e  professionale. La sua preoccupazione è solo quella che Lara trovi la forza e la pazienza di attendere il momento in cui potrà sostenere l'operazione sopportando nel frattempo l'ibrida, scomodissima fase di passaggio ad una piena condizione femminile. Anche l'ambiente scolastico - che ci appare perfettamente a conoscenza della situazione - non si dimostra predisposto negativamente od ostile nella realtà di tutti i giorni ( Lara condivide lo spogliatoio delle ragazze ) salvo qualche piccola, inevitabile curiosità di alcune compagne di classe. I medici poi che la hanno in cura sono gentili, solleciti, le danno spiegazioni esaurienti e tranquillizzanti. Ma le cose non sono così semplici, nè potrebbero esserlo.

Il vero nucleo drammatico del film , quello che fa la sua forza e a sua bellezza, sta infatti nella lotta , sorda , accanita, implacabile, che Lara conduce contro il suo corpo, dunque contro sè stessa. O meglio, quel corpo e quella essenza maschile che essa sente, quasi con rancore,  come estranei ormai alla sua autentica vocazione identitaria. Di qui il continuo scrutarsi nello specchio alla ricerca anche di quelle minime trasformazioni cui la cura ormonale dovrebbe  dar luogo. La meticolosità con cui Lara compie la sua complessa vestizione mattutina, volta a nascondere il più piccolo indizio di una condizione fisica diversa da quella di cui si sente ora partecipe. Il disappunto nel constatare che le cose non vanno così in fretta come vorrebbe, mentre le urgenze puberali ed i primi innamoramenti mettono alla prova la sua ancora imperfetta geografia amorosa. Anche la dura, inflessibile disciplina fisica cui Lara si assoggetta per imparare a danzare sulle punte ( con piedi evidentemente non adatti ad un tale " barbaro " esercizio ) sta a significare la sua indefettibile volontà di aver ragione ad ogni costo  degli ostacoli che si frappongono ai disegni che essa persegue. Esercizio di complicato dominio dei propri muscoli e dei propri tendini, continuo controllo del proprio equilibrio e del proprio slancio in uno spazio predelimitato, la danza cui si dedica con passione, ma anche con il  dolore fisico che prelude ad un possibile fallimento, rappresenta plasticamente la ricerca, il costante anelito evidenziati nel suo faticoso itinerario. Traiettoria verso ciò che è visto come una liberazione, un traguardo finale, una porta  tentatrice che può spalancarsi su di una vita diversa, ma anche tanto sconosciuta e non priva di insidie. In questo senso Lara, come tutti i personaggi della creazione artistica, simboleggia in sostanza un sentimento universale : l'aspirazione alla felicità che , nella condizione umana, non può disgiungersi dalla consapevolezza delle difficoltà che vi si frappongono e dal timore di non essere in grado di farvi fronte fino in fondo. Ineluttabile conflitto, questo, tra la nostra forza di volontà ed il senso di sconforto che spesso ci assale e ci riconduce prepotentemente alla miseria della nostra fragile condizione esistenziale. 

Ma tutto ciò che ho detto, lungi dal risultare sullo schermo astratto od artificioso  come potrebbe anche succedere, trova qui una forma cinematografica ( quindi concreta,fatta di carne e di sangue ) di assoluta coerenza ed una resa estetica di grande bellezza. Merito certamente dello sceneggiatore - regista Dhont ( il quale , per rendere ancora più veritieri certi stati d'animo della sua creatura, non ha esitato, nella scrittura, a farsi aiutare da un'autentica " transgender " ) e della sua abilità ellittica, della discrezione che non va mai a discapito, peraltro, della chiarezza espositiva. Guardate come ogni sequenza, nel film,  si arresta dove non è più necessario proseguire perchè tutto è appena stato detto ed ogni insistenza suonerebbe falsa ed inutile. Non conosco molti altri giovani registi che abbiano questo senso della misura accoppiato al vigore espressivo che nel cinema è egualmente indispensabile. Raccontare per immagini, cioè l'essenza del linguaggio cinematografico, è la forza stessa di un film come " Girl ", dove anche il dialogo e quel continuo pendolo sonoro tra il francese di Lara e dei suoi familiari ed il fiammingo dell'ambiente circostante hanno pure, si badi, un fascino ed una valenza tutt'altro che trascurabili. Se Lara ci sembra di averla sempre conosciuta e l'affettuosa  partecipazione con cui seguiamo la sua vicenda cresce man mano con il progredire del suo dramma personale, molto è egualmente dovuto alla mirabile interpretazione del protagonista, un giovane quindicenne belga che studia ( anche lui ! )  come ballerino e che si è calato nel personaggio con l' " aplomb " di un veterano. Victor Polster, questo è il suo nome, recita benissimo, rende credibile e terribilmente vicino a noi un personaggio " scomodo ", con le cui motivazioni , stati d'animo e comportamenti non è sempre facile cioè andare d'accordo.
Un gran bel film , dunque, che lascia bene sperare per un rinnovamento del cinema europeo, a corto negli ultimi tempi di " monstres sacrés " capaci di attirare nelle sale il grande pubblico, ma  ben fornito per fortuna di tanti giovani di talento  in grado di farci dire che la settima arte è ancora viva e non se la passa poi tanto male.