domenica 15 aprile 2018

" TONYA " di Craig Gillespie ( USA, 2017 )

Uscito ieri sera dalla proiezione di " Tonya " , da due-tre settimane sui nostri schermi, mi sono chiesto come abbiano fatto i giurati degli Academy Awards ( cioè gli Oscar ) a trascurarlo  in modo tanto vistoso, il fatidico 4 di marzo, rispetto ad altri film che erano sicuramente molto meno interessanti. D'accordo , ha pur sempre avuto il premio per la " best supporting actress ", andato alla bravissima interprete della madre della protagonista. Ma non averne segnalato, neanche nelle candidature, la sceneggiatura ( tra le  originali non certo inferiore rispetto a quella di  " Tre manifesti ad Ebbing " o di " La forma dell'acqua " ) o almeno la regia ( palpitante, viva, ricca di invenzioni ) mi è parso, retrospettivamente, un tantino azzardato. E che dire dell' attrice pricipale, Margot Robbie, 27 anni splendidamente portati, che ci dà qui una interpretazione letteralmente mozzafiato per intensità e duttilità espressiva oltre che per la travolgente fisicità impressa al suo personaggio ? Ha avuto il " Golden globe " ( l' " antipasto " degli Oscar , in ordine di tempo ) ma, nella notte degli Oscar, ha  poi dovuto cedere il passo alla pur brava ( ma già pluripremiata ) Frances McDormand dei " Tre manifesti ". Mah,  se penso che l'anno scorso il premio principale andò alla Emma Stone di " La la land " che non vale un'unghia della mia preferita di quest'anno....

Dunque, che cosa ha questo " Tonya " da essermi piaciuto tanto e da farmi recriminare, una volta di più , sui criteri di assegnazione dei massimi premi di Hollywood ? Innanzitutto ha il merito di farci passare due ore letteralmente catturati da una vicenda  abbastanza nota nelle sue grandi linee ( é una storia vera, finita a suo tempo su tutti giornali, anche da noi ) ma " destrutturata " e ricomposta, come dirò, in modo assai convincente ( prima regola aurea del cinema, tenere sempre  desta l'attenzione dello spettatore ). Poi , andando a considerare i moduli espressivi della regia,il film è articolato in una serie di scene che si succedono vertiginosamente, con sontuosi movimenti di macchina all'interno dei frequenti piani sequenza ( senza " stacco " cioè da una inquadratura all'altra  )  che " raccontano " meravigliosamente il rapido dipanarsi del filo della vicenda. L'interpretazione ( la protagonista e  non più di altri quattro - quattro di numero - personaggi collaterali ) è tesa, convincente sotto tutti i punti di vista , assolutamente funzionale a quel misto di commedia (nera)  e di dramma ( rosa ) che caratterizza " Tonya " dandogli un sapore inconfondibile. Se poi ci aggiungete un montaggio ( la " giunzione " tra una inquadratura e l'altra all'interno di una sequenza e il passaggio da una sequenza a quella successiva  ) dal ritmo assolutamente travolgente,  scene e  costumi di grande ricchezza formale e, infine, un
commento musicale che conferisce ulteriore suggestione ai diversi momenti, alle varie situazioni in cui si articola lo sviluppo narrativo, avrete un prodotto finale di non comune forza e raffinatezza al tempo stesso.

Tonia Harding ( la protagonista, personaggio realmente esistente ) è stata una grande pattinatrice sul ghiaccio americana, tra la seconda metà degli anni ottanta ed i primi anni novanta del secolo scorso. Prima atleta USA ad effettuare il " triplo axel " ( un salto acrobatico che , se lo fai male, rischia di romperti le ossa quando ricadi sulla pista e, se lo fai bene , ti fa entrare nella Storia ) Tonia vinse il campionato nazionale nel 1991 a soli vent'anni.  Si classificò quarta, ad un passo dal podio, ad una olimpiade nella quale aveva in realtà dominato e concluse la carriera nel 1994, soltanto ottava nella successiva edizione. Ma al suo definitivo insuccesso non fu estranea, lo stesso anno, la tensione determinatasi in seno alla rappresentativa nazionale americana a causa di un oscuro " incidente " che aveva rischiato di porre fuori combattimento l'astro nascente della squadra, quella Nancy Kerrigan che, lo stesso anno,ai giochi,  riuscì comunque ad aggiudicarsi la medaglia d'argento. Rivale ( e in un certo senso perfetta antitesi come immagine ) di Tonya, Nancy subì infatti un'aggressione, nello stadio di Detroit dove si allenava, ad opera di due balordi prezzolati che si scoprì presto essere stati inviati dall'ex marito della Harding il quale, con tutta evidenza, pensava di fare un favore a quest'ultima. La Kerrigan, come si è ricordato, però si riprese in tempo dai colpi che le erano stati inferti ad un ginocchio, riuscendo a  partecipare alle Olimpiadi invernali e a  salire addiritura sul podio. Anche Tonya fu sospettata, naturalmente, di aver complottato insieme agli altri imputati ai danni della collega. Nel processo, celebrato dopo la conclusione dei giochi olimpici, fu peraltro condannata solo ad una pena pecuniaria per  " ostruzione della giustizia ", cioè per non aver raccontato agli investigatori di aver orecchiato qualcosa dei preparativi della delittuosa faccenda ( senza tuttavia essersene resa responsabile ). Ma, quel che è più triste, ritenuta comunque colpevole dalla sua federazione di comportamento gravemente antisportivo, fu esclusa per sempre da ogni futura competizione e dovette ritirarsi dall'attività agonistica. Ancora adorata da molti suoi " fans " ed odiata con eguale intensità da coloro che non l'avevano mai potuta sopportare, si dette negli anni successivi ad alcune esibizioni di pugilato per continuare a guadagnarsi da  vivere finchè , divorziata, si è rifatta una vita risposandosi e formandosi una nuova famiglia.

L'intelligenza dell'abile e solida sceneggiatura di Steven Rogers  consiste nel raccontarci " Tonya " non secondo un lineare schema cronologico-espositivo ma attraverso il punto di vista soggettivo, e quindi diacronicamente libero, della stessa protagonista che - nel film -  è supposta, ventitrè anni dopo, rilasciare un'intervista sulla sua vita ( Il titolo originale , più pertinente di quello italiano, è infatti " I Tonya " , " Io Tonya ", a significare che la narrazione dei fatti è assolutamente " di parte " ). Ma il racconto, vero o influenzato da questo particolare angolo di osservazione, è poi intercalato da parallele interviste agli altri personaggi :  la terribile madre che la fà allenare a ritmi spietati fin  da piccola per farne una campionessa , il marito bamboccione e violento, una sedicente " guardia del corpo " psicopatica e pasticciona, una istruttrice di pattinaggio che ha sempre seguito Tonya rimanendone in qualche modo affascinata . Tutti costoro ( e la stessa Tonya ) anche se il contenuto delle interviste è autentico ed è stato veramente rilasciato oggi dai veri personaggi a mò di loro personale testimonianza, sono però sempre interpretati sullo schermo dagli stessi attori, opportunamente truccati per farli sembrare più vecchi. Ognuno dei personaggi collaterali racconta quindi la sua porzione di " verità ", non sempre , anzi quasi mai collimante con quella di Tonya e degli altri. Espediente, al cinema , certo non nuovissimo, ( da " Rashomon a " La contessa scalza " ) ma qui particolarmente efficace nel rendere la sostanziale solitudine del personaggio principale e la sua sensazione di non essere mai  stata capita  ( cioè amata ) da madre, marito e  personaggi di contorno, ma quasi sempre utilizzata per scaricare le loro pulsioni interne ( ambizione , frustrazione, addirittura odio ).

Una materia incandescente, come si vede, e anche non semplice da rappresentare per la continua alternanza degli stati d'animo della protagonista ( chiaramente a disagio negli " interni " familiari  ed euforica solo  in pista, negli sgargianti e un pò pacchiani costumi da esibizione sportiva ). Ma anche per la voluta, singolare, alternanza di toni, ora drammatici, ora sentimentali, ora grotteschi, ora violenti. Tutte cose che avrebbero rischiato di far deragliare il film ad ogni piè sospinto se non fosse intervenuta la maestria del regista ( un australiano trapiantato in America, con un lungo passato di regista pubblicitario e quattro o cinque lungometraggi di " fiction " ) nonchè la bravura degli interpreti, a cominciare dalla Robbie, autentica rivelazione. " Biopic " di natura particolarissima, " Tonya " riesce anche ad essere- ampliandone il significato- un ironico ma a tratti doloroso apologo della società americana, desiderosa di successo , di rispettabilità e di formale adesione ai valori di quella "correctness" che è supposto appannaggio delle classi medio-superiori. E che, proprio per la eccessiva genuinità popolaresca di una Tonya troppo sexy , cresciuta in  un ambiente povero, poco raffinata, le preferiva in fondo quella Nancy Kerrigan, tutta aggiustatina, che rispondeva molto di più ai dettami socio-sportivi cari alle masse. Scene memorabili, in questo senso , l'inizio del film  quando la sboccata e spavalda madre di Tonya accompagna la figlia quattrenne per la sua prima lezione di pattinaggio o la delusione di questa, ormai adulta, quando si rende conto che il pregiudizio verso le sue origini sociali ed il proprio successivo modo di compotarsi non le apriranno mai le porte di un grande , forse meritato successo.
Bel film , ripeto,  meritevole di essere visto, assaporato, meditato . Mi ha ricordato, in alcuni momenti, il cinema di Scorsese agli inizi ( " Mean streets ", " Alice non abita più qui ", fino a " Toro scatenato ") per la forza e la linearità con cui si impone allo spettatore. E non è poco.




  

sabato 7 aprile 2018

" QUELLO CHE NON SO DI LEI " di Roman Polanski ( Francia, 2017 ) / " VISAGES VILLAGES " di Agnes Varda ( Francia, 2017 )

Roman Polanski ci ha abituato da tempo - il suo primo lungometraggio, " Il coltello nell'acqua", risale al 1962 cioè a più di mezzo secolo fa - alle atmosfere tese e sottilmente inquietanti, alle apparenze che celano altre e meno confessabili verità. Nulla di più, nulla di meno anche in questa sua ultima opera. Arricchita certo, rispetto alle prime,  dalla cospicua esperienza tecnico-stilistica acquisita nel frattempo e che fa di lui un piccolo maestro della " suspense " e dell'ambiguità. Ecco, con l'aggettivo " piccolo " accanto all'appellativo di " maestro "- lecito per le ripetute ed onerevoli prove di valentia che ci ha offerto nel corso della sua carriera - ne abbiamo , credo, più appropriatamente circoscritto l'importanza relativa nel variegato patrimonio filmico che si è andato  nel frattempo accumulando davanti al nostro sguardo. Indubbiamente Polanski è bravo ( tecnicamente, sintatticamente ). Il suo mondo, le situazioni ed i personaggi cui egli dà vita sullo schermo, costituiscono una " cifra " narrativa accattivante, cui è lecito indulgere nel nostro non tanto segreto desiderio di andare al cinema per ricavarne quel brivido, quel briciolo di paura che , dal calduccio della nostra poltrona di spettatori, possa rassicurarci sulle nostre piatte ma meno pericolose esistenze. Poco a che fare insomma con altri , grandi ( questi sì ) creatori di ombre ben più inquietanti ed angosciose , anche quando rivestite dal velo dell'ironia. Penso a  Lang, a Welles, ad Hitchcock ( al quale ultimo, Polanski- non privo a sua volta di una buona dose di " humour "- è stato di tanto in tanto erroneamente accostato ) .Meno  profondo o tematicamente ricco, il cinema di questo giramondo - polacco di origine, ha vissuto e lavorato in Gran Bretagna e negli Stati Uniti prima di accasarsi definitivamente in Francia più di trent'anni or sono - riflette purtuttavia le giustificate angosce di un esule, di un incorreggibile " outsider " che toccano  sentimenti diffusi, preoccuazioni e timori di una buona parte di noi. E lo fanno sempre, ripeto, con modalità e risultati di decoroso spessore.

Anche in questo film la protagonista, una scrittrice in debito di ossigeno creativo ed esistenziale, depressa e priva ormai di slancio vitale, a seguito di un fortuito incontro si trova  confrontata ad un misterioso personaggio femminile," Elle " ( " Lei " ) una sorta di " alter ego " che appare quasi sorto dal nulla e nel nulla è destinato a confluire alla fine del film . Volitiva, assertiva, piena di subdolo ma efficace spirito di iniziativa, Elle sembra  giocare a rimpiattino con la scrittrice, ora blandendola ora mettendone a repentaglio le poche,residue certezze, dandoci l'impressione di volerla soppiantare, plagiare impadronendosi della sua identità, in un crescendo di ambigua ed  elegante ferocia. Sospesa tra finzione e realtà ( il titolo originale " D'après une histoire vraie ", cioe " Basato su di una storia vera ", è una sardonica strizzatina d'occhio allo spettatore ) la vicenda raffigurata da Polanski è raccontata  , secondo il suo stile, attraverso situazioni, immagini, dialoghi ( la sceneggiatura è di Olivier Assayas, a sua volta oltre che sceneggiatore regista ) a volte semplicemente bizzarri a volte  più scopertamente inquietanti. " Elle " esiste veramente o è il frutto della fantasia malata di un' artista ( lo stesso Polanski ? ) e  lo specchio delle sue insufficienze e  della sua solitudine ?
Molto è affidato, come sempre , alla bravura degli interpreti ed alla loro capacità di calarsi  nei personaggi, conservando al tempo stesso quel tanto di distacco e d autoironia che è tipico  di Polanski e che conferisce alla sua maniera di " fare cinema " una genuinità ed una leggerezza che la rendono simpatica anche quando sfiora la ripetitività e l'artificio. Emmanuelle Seigner ( la scrittrice ) è ormai, oltre che la compagna di vita del regista e la sua ispiratrice, una attrice con i fiocchi e lo dimostra  ampiamente. Appesantita dagli anni ma sempre bellissima, assume la fragilità del suo personaggio sposandone le evidenti contraddizioni e impedendoci intelligentemente di identificarci con esso. Eva Green, attrice relativamente nuova ma già conosciuta, interpreta Elle con l'apparente perfidia che la storia le attribuisce. Affascinante anche lei, è anche molto abile nel dare corpo ad un personaggio di così problematica esistenza e contribuisce non poco a rendere il tutto saporito e piccante quanto basta. Certo, siamo di fronte ad un puro " divertissement ",  probabilmente non ad un'opera nata da una genuina " necessità " espressiva. Ma chi ha detto che l'artigianato non possa a volte sostituire l'arte con qualche probabilità di successo ?


Tutt'altro discorso occorrerebbe fare  per un' altro cineasta francese che ci ha dato in questa stagione un nuovo, bellissimo film . Si tratta di una donna ( purtroppo sono ancora troppo poche nella regia ) ed il suo nome è Agnès Varda. Se il suo secondo film ( " Cléo dalle cinque alle sette " ) rimane uno dei più raffinati e struggenti frutti di quella feconda stagione cinematografica che sono stati i primi anni ' 60 del secolo scorso, la decana del cinema d'oltralpe ( 88 anni pieni di saggezza e di voglia di vivere e di creare ! ) in tutti questi anni non ha mai smesso di cercare nuove vie, di sperimentare con la freschezza e la curiosità che la contraddistinguono. Oggi , dopo varie incursioni un pò in tutti generi ma sempre infondendovi l'impronta della sua  singolarità di " autore " personalissimo e continuamente rinnovantesi, con " Visages, villages " torna al documentario, inteso come " non finzione ", opera cioè che desume la sua ispirazione e la materia prima di cui questa si alimenta direttamente dalla realtà, senza il filtro di una " storia " inventata. Ma noi sappiamo che l'arte è sempre finzione nella misura in cui riflette e riproduce quella particolare immagine della realtà che è vista con gli occhi dell'artista : singolare ed unica, non semplice decalcomania riproducibile all'infinito ma irripetibile visione del reale  e quindi artistico " infingimento ". Il " documentario " della Varda non è quindi tale se non nella misura in cui ne sposa le tecniche esteriori ( i luoghi dell'azione sono quelli ripresi oggi così come sono, quasi tutti in esterni, ed i personaggi sono persone " autentiche ", con nome e cognome , che interpretano sè stessi ). Per il resto, è la regista ( qui anche sceneggiatrice ) che, nel raffigurare lo scorcio di realtà che costituisce l'oggetto del film, lo " piega " per così dire  ad esprimere la " sua " visione delle cose o, meglio, coglie di esso quanto le abbisogna per dare corpo al suo mondo interiore ed esplicitare così la sua " posizione morale " di fronte alla vita (che è ,come sappiamo, l'imprescindibile essenza di ogni manifestazione artistica ).

lunedì 26 marzo 2018

" GLI UCCELLI " di Alfred Hitchcock ( USA, 1963 )

Il marinaio Ismaele ( la " voce narrante " del " Moby Dick " di Melville ) quando voleva scacciare la malinconia  si rimetteva a navigare al più presto. Diversamente da lui, se io incomincio ad avere pensieri un pò tetri, mi rivolgo piuttosto ad un buon film ( non necessariamente uno leggero od allegro ma che sia  una storia forte, narrata bene, con stile ed intelligenza ). Questo pomeriggio - ora è sera- mi sono regalato, dopo tanto tempo che non l'avevo più fatto, la visione di un  bel film di Hitchcock. Non sono andato al cinema, purtroppo non siamo a Parigi dove i grandi film del passato vengono regolarmente mostrati sugli schermi delle sale, e ho dovuto far ricorso ad un DVD di resa comunque più che soddisfacente, proiettato sul televisore domestico. Ho scelto "Gli uccelli" ( " The birds " ) perchè qualcuno di recente ne aveva tessuto l'elogio e questo mi incuriosiva. Ho già detto altre volte tutto il bene che penso del Maestro inglese e non starò a ripetermi. Tra tutti i titoli della sua filmografia però proprio questo, pur apprezzandolo ( ci sono forse  film di "Hitch " che possano non piacere neanche un pò ? ) non l'ho mai considerato un'opera di primissima grandezza alla stregua di " La donna che visse due volte ", " L'altro uomo ", " Il peccato di Lady Considine " (ovvero " Under Capricorn ", il film con cui incominciai quasi due anni or sono questa rubrichetta ). Ricordo che la prima volta che vidi " Gli uccelli ", era uscito da poco in Italia, rimasi  leggermente deluso . Tutta quella prima parte, che avevo preso per una banale commedia leggera, prima che incominciassero finalmente gli attacchi degli uccelli, mi aveva sconcertato per la sua lunghezza e per la mancanza- così mi sembrava - di una vera tensione che preparasse la somministrazione della abituale dose di "suspence",  quella sensazione di pericolo e di minaccia che rende così inquietanti ed  appassionanti tutte le sue opere. Film " minore " , anche se figurativamente impeccabile, ben riuscito esercizio  di stile ma privo di quella carica "sulfurea " che contraddistingue quasi tutto il cinema di Hitchcock del periodo americano. Così lo giudicavo. E le riletture successive ,a partire dal momento in cui il film - scomparso come altri per vent'anni - fu di nuovo visibile, se avevano contribuito a correggere quelle mie prime impressioni non mi avevano ancora dischiuso una vera, piena comprensione del film ed il suo riconoscimento come un capolavoro assoluto.

E' quanto mi e' invece capitato adesso. Un  film struggente, pieno di sottile poesia, di inquietudine mitigata all'ultimo da una tregua precaria ma pur sempre tregua, interruzione dello sforzo e della lotta. E poi , come già altre volte , una grande lezione di cinema da vedere e rivedere ( sceneggiatura di ferro e regia che sa perfettamente tradurla in immagini in movimento ). Quella prima parte che allora trovai troppo lunga , una sorta di " sophisticated comedy " un pò fuori luogo in quello che comunque veniva presentato come e doveva pur essere un "thriller ", mi ha fatto ora capire quanto geniale sia stato anche qui Hitchcock con l'ausilio del granitico copione di Evan Hunter. Quei ghirigori, quella sorta di gioco del gatto col topo ( ma chi è il gatto e chi il topo ? ) tra la ricca ed oziosa Melanie Daniels e l'avvocato Mitch Brenner nelle vie, nei condomini e nei negozi di ornitologia di San Francisco , quella improvvisa decisione della ragazza di andare nella piccola località marina di Bodega Bay per portare in regalo due pappagallini alla sorellina di Mitch che compie gli anni ( ma in realtà per rivedere , sedurre , impadronirsi dell'aitante giovanotto ). Quel fortuito incontro con la maestra di scuola Annie Hayworth, che non si fatica a capire quanto abbia cercato invano di diventare lei la ragazza stabile di Mitch , e che  guarda Melanie con sospetto intuendo le sue  mire. Il successivo incontro, a casa dei Brenner, con la madre di Mitch, Lydia,rimasta vedova e perciò gelosa del figlio che teme, sposandosi, possa abbandonarla e con la figlia minore di lei, la deliziosa undicenne Cathy. Le prime schermaglie tra i due giovani reciprocamente incuriositi ed   attratti .  La piccola comunità di Bodega che tanto ricorda nella sua deliziosa, pigra semplicità quella di Santa Rosa (geograficamente vicina ) dove Hitchcock aveva girato vent'anni prima " L'ombra del dubbio." Tutto questo quadro ambientale, saporitamente descritto ma senza mai sconfinare nel triviale, nell'ovvio, prepara in realtà perfettamente il drammatico sviluppo della situazione. Si comprende così come all'intreccio dei rapporti che si stabiliscono tra i vari personaggi, relazioni lievi ma pur dense di implicazioni psicologiche anche dolorose, possa sovrapporsi, con tutta  la repentina imprevedibilità del caso,una sfida che cala una incomprensibile- e perciò tanto più angosciosa-  minaccia sui personaggi stessi, ponendo a rischio la loro stessa esistenza. "Commedia " , certo, questa prima parte de " Gli uccelli " ma, oltre che di alta qualità, ricca di quell'umorismo e quel " pathos " al tempo stesso sempre presente in Hitchcock , preparazione magistrale, nei tanti "segnali di pericolo " che il regista dissemina nelle varie situazioni, al successivo sviluppo narrativo. Non dunque " film nel film ", avulso dal principale nodo espositivo come mi era sembrato all'inizio, ma necessaria fase prodromica all'imprevisto e  misterioso attacco degli uccelli alla comunità degli umani  che tutto sconvolge. 

Preceduto da segnali premonitori disseminati qua e là con perizia nelle prime sequenze, le aggressioni degli uccelli, prima isolate o in piccoli gruppi e poi in numeri davvero devastanti, pongono una forte sfida ai personaggi, al contesto in cui essi si muovono, ma anche a noi spettatori. Che, nel cinema di Hitchcock, il pericolo sia individuale ( un killer psicopatico, come ne " L'altro uomo " ) o sia rappresentato da una vera e propria organizzazione ( i filonazisti di " Notorious " o di "Sabotaggio ", i terroristi di " Intrigo internazionale " ) occorre farvi fronte, in genere,  superando una vera e propria prova ( il rischio della vita o il semplice abbandono delle proprie certezze ed  abitudini ). I protagonisti , quando vi riusciranno, non saranno più quelli di prima. Cosi' la viziata Melanie avrà conosciuto il pericolo ed il sacrificio e sarà degna di ricevere l'affetto di Mitch e dei suoi familiari. I personaggi dei film del Maestro- come in questo " Gli uccelli " - "crescono " attraverso  i pericoli cui vengono sottoposti. "Nascono ", in un certo senso, una seconda volta  incontrando il Male e riuscendo a non farsi da esso sopraffarre. Sono storie che potremmo ben definire  di iniziazione ad una superiore qualità e consapevolezza di vita. Altro che semplici congegni per farci paura e provocare così quel brivido epidermico da semplice " romanzo giallo "! Anche lo spettatore, ovviamente, è messo alla prova , costretto quasi a fare i conti con la propria coscienza , con le proprie debolezze , le proprie sensazioni più nascoste. Hitchcock psicanalista " del " e " al " cinema ? Perchè no, se questo significa aiutarci a fare  i conti con quello che si agita dentro di noi e che non riesce sempre a venire alla superficie. Alla fine, malconci e profondamente segnati nella loro essenza ma vittoriosi prima di tutto su sè stessi, i personaggi profittano di una tregua negli attacchi degli uccelli e a sfuggire all'assedio cui erano stati condannati. Forse è solo un modesto intervallo prima di altre più difficili prove, ma l'umanista Hitchcock è riuscito intanto a riaffermare ancora una volta la propria speranza e la propria " pietas " verso gli esseri umani.

Se dal punto di vista della vicenda e dei suoi significati " Gli uccelli " è uno dei film  meno ambigui ed indecifrabili di Hitchcock ma al tempo stesso  più densi ed articolati, la sua  qualità figurativa è davvero sorprendente. La fluidità delle immagini, la perfetta fusione tra i sentimenti che agitano i personaggi , la severa, trattenuta bellezza del paesaggio e la minaccia che su di essi incombe ( all'epoca poteva pensarsi forse alle inquietudini della "guerra fredda ", oggi le nostre paure si sono purtroppo assai diversificate ) contribuiscono a fare del film un'opera indimenticabile ed uno dei punti più alti raggiunti dal cinema occidentale. Oltre alla regia di Hitchcock , ricca di inquadrature " parlanti " nella loro plastica evidenza, merito va dato , come abbiamo più volte segnalato, ad una sceneggiatura perfetta negli snodi narrativi e che serve perfettamente le idee messe in campo dal regista stesso. Tenue, ma delicatissima nelle sfumature pastello del colore,la fotografia del grande Robert Burks .All'epoca fece molto discutere la questione degli uccelli impiegati nel film.Il ricorso a tre tipologie diverse ( uccelli " veri ", uccelli ammaestrati e uccelli finti, ricostruiti mediante un particolare procedimento tecnico- fotografico ) oggi fa sorridere nell'era del digitale ma riconferma tutta la sua validità artistica. Agghiaccianti le strida degli uccelli stessi ( il supervisore del suono era Bernard Hermann... ). L'interpretazione, infine, è di primissima classe . Se Rod Taylor ( Mitch ) ha trovato qui un ruolo perfetto che Hollywood non gli potrà più dare in futuro, l'esordiente Tippi Hedren ( Melanie ) è molto convincente nella sua algida bellezza venata da evidenti pulsioni erotiche. Molto brave la  Lydia della veterana Jessica Tandy e la spigliatissima Cathy della piccola Veronica Cartwright. Ma la vera rivelazione del film , a mio avviso, è l'allora venticinquenne Suzanne Pleshette. Una bruna di non eccelsa statura ma di elegante, sensuale bellezza, dalla recitazione intelligente e sensibile nella parte della sfortunata maestrina Annie, cui la " fabbrica dei sogni " non ha più saputo offrire, dopo questo film , una parte altrettanto interessante. Gli attori , come sembra si sia espresso una volta lo stesso Hitchcock , saranno anche " bestiame " da sottoporre alla volontà del regista-demiurgo. Ma senza di essi e le suggestioni che emanano dal loro solo apparire sullo schermo, ombre fuggitive in un sogno che continuamente ci appare e svanisce ad ogni proiezione, cosa resterebbe di quelle immagini che si imprimono così vivide nel nostro ricordo ?

martedì 20 marzo 2018

" THE DISASTER ARTIST " di Jesse Franco ( USa, 2017 )

" The disaster artist "è un film sul cinema. Un filone, questo, davvero  inesauribile. Perchè sempre il cinema, nella sua finzione, mostrerà persone che fanno , che scrivono, che interpretano film (  non importa se film  immaginari o che sono stati veramente realizzati ). Il cinema, si potrebbe dire, ama sè stesso. Si compiace di vedersi raffigurato sullo schermo in un gioco di specchi che potrebbe non finire mai   (pensate ad un film che descriva persone che fanno un film su delle persone che a loro volta fanno un film e via continuando... ). Tutte le arti, del resto, prima o poi lo fanno. Quanti sono i libri in cui c'è un personaggio che sta scrivendo un romanzo ? Quante le " pièces " teatrali in cui assistiamo ad  una messa in scena di una commedia o di un dramma ? Quanti i quadri, perfino, in cui è dipinto un pittore che sta riprendendo a sua volta un soggetto, talvolta un paesaggio, spesso una figura umana ? E non è solo, io credo, il gusto di autocelebrarsi, di eternizzare, affidandolo all'opera compiuta, l'effimero momento della creazione filmica, letteraria o  pittorica . No, c'è qualcosa d'altro. L'arte, raffigurandosi, in realtà interroga sè stessa. Cerca di dare una risposta alla domanda che ogni autore si pone: cosa sto facendo e perchè lo sto facendo, qui e non altrove. Massimamente  ciò è vero al cinema e forse nel teatro ( si pensi al gioco pirandelliano finzione - realtà dei " Sei personaggi " o di " Enrico IV "). Nella creazione filmica  l'intreccio tra la " cosa rappresentata "- le  riprese  di un film , ad esempio - e l'atto del rappresentare ( la macchina da presa che inquadra il lavoro dei tecnici, del regista, degli attori ecc. ) induce a chiedersi quale sia la realtà ( quella del film cui stiamo assistendo in quel momento sullo schermo  oppure quella, altrettanto viva ed evidente,  del film ivi raffigurato ed al quale , per così dire, viene data vita all'interno di quest'ultimo ). Un gioco di scatole cinesi o, se si preferisce, di continui , reciproci rimandi che ci porta a concludere che il cinema in generale è tutto " finzione "  ( scaturita dalla mente dei suoi autori ) e, al tempo stesso, tutto " realtà " ( quella ancora più vera del vero che, come in un sogno, si impadronisce dei nostri sensi e delle nostre facoltà di reazione facendoci credere di essere lì, abbattendo l'immaginaria parete che separa gli spettatori dall'azione filmica).

" The disaster artist "  ( letteralmente " l'artista del disastro ", intendendo con quest'ultimo il pessimo film che il protagonista, nella vicenda narrata, riesce malamente a portare a termine ) è una storia vera. Riprende le vicissitudini che portarono, nel 2003, tale Tommy Wiseau, un aspirante attore senza alcun talento, un personaggio di dubbia provenienza ma dotato di cospicui mezzi finanziari, a girare interamente a sue spese ,ai margini di Hollywood, il  film " The room " da lui prodotto, diretto ed interpretato insieme all'amico Greg Sestero. Il film, dotato di un soggetto ed una sceneggiatura bislacchi- una storia di amicizia virile minata dal tradimento di una donna, con una quantità però di "subplot" mal collegati tra di loro- risultò ancora peggiore una volta montato e pronto per essere mostrato al pubblico a causa della erratica e poco professionale direzione dello stesso Wiseau e della sua quantomeno discutibile interpretazione nel ruolo principale. Grosso insuccesso commerciale in un primo momento (a fronte dei sei milioni di dollari che era costato, ne incassò poche migliaia ) fu poi ritirato dagli schermi venendo giudicato uno dei più brutti, se non il più brutto di sempre, tra i film realizzati dall'inizio della storia del cinema . Proprio questa " enormità ", dovuta anche ad una pretesa atmosfera " altamente drammatica " che al film voleva infondere Wiseau e che scadeva invece per lo più in una vera e propria farsa involontaria, attirò in un secondo momento l'attenzione dei cinefili e del pubblico più smaliziato degli " States ". In cerca sempre di nuovi " idoli " e di situazioni " estreme ", costoro ne fecero un autentico " film di culto " , da vedere e rivedere per meglio apprezzarne il lato grottesco e decisamente surreale, Ancora oggi, pare , " The room " è proiettato ogni tanto da qualche parte in Nord America di fronte a folle di spettatori entusiasti che gli riservano accoglienze pari a quelle, ad esempio, tributate ad un altro " cult movie " qual'è il celebre " The Rocky Horror Picture Show ", con recitazioni ad alta voce in sala  delle battute più celebri , fremiti e risate seguite da autentiche ovazioni. Stranezze, potremmo dire, del pubblico nordamericano. Ma anche prova di come alla fine, al cinema, non contino tanto le intenzioni degli autori quanto il modo con cui il film finisce coll'essere recepito ( tra tutte le forme d'arte il cinema , si sa, è quella che deve affidarsi maggiormente alla sensibilità del singolo spettatore ).

Riprendendo le considerazioni che avevo sviluppato prima, a me pare che " The room " , il film di Wiseau, del quale , alla fine di " The disaster artist ", ci vengono mostrate delle " clip " autentiche, accanto al rifacimento delle stesse scene attuato dal film di Franco,  sia la migliore prova di come l'immaginario filmico ( intendendo per tale non solo l' "oggetto film" ma con esso l'insieme di sensazioni e le reazioni che ne ricava lo spettatore ) finisca col " fagocitare " il film stesso ed essere poi il  "vero" protagonista del fenomeno-cinema. Non voglio dire che quanto viene girato sia solo l' " antefatto ", in un certo senso , del film che poi ognuno di noi si " rifà " nella propria mente. Ma , certo, nel cinema quanto ci mette di suo lo spettatore, per la natura onirica e quasi direi metafisica dell' " oggetto film ", è più importante che nelle altre arti, dove il fruitore ( lettore, ammiratore di un quadro ) ha limiti obiettivi ( la struttura  linguistico-letteraria del libro, il perimetro della superficie dell'opera pittorica ) al suo fantasticare, al suo " vivere in trance " l'esperienza che gli è offerta invece dal film . Se il cinema, mostrando l'atto di filmare,si interroga su sè stesso, sul suo significato, sul suo statuto nell'insieme delle varie espressioni artistiche, " The disaster artist " con la sua paradossale vicenda di disastro-successo ci offre più di una ( convincente ) risposta.

Bel film , dunque, che procede spedito fino all'epilogo che si è detto, ripercorrendo la storia dell'amicizia tra Tommy ( Wiseau ) e Greg ( Sestero ), le stentate ed alterne fortune dei due nella mecca del cinema, la decisione di Tommy di scrivere e girare un film, la scelta dei collaboratori, il " tournage " vero e proprio , dominato sempre dalla straripante e folle personalità di Wiseau. Ecco, se un appunto ( non lieve ) si può fare al film è proprio questo strapotere del " demiurgo " Wiseau che finisce un pò, nell'economia di " The disaster artist ", con lo schiacciare tutto il resto, conferendo al film una dimensione un pò troppo personale (che " The room " certamente   personale lo fosse per Wiseau non vuol dire che il racconto della sua nascita debba necessariamente riprodurre la stessa caratteristica ! ). Insomma, Franco è bravo come regista ( il film ha ritmo, mordente, si lascia vedere con piacere ) ed ancora più bravo è come attore ( ma qui forse, innamorato del personaggio che gli somiglia tremendamente, esagera un tantino ). A posto gli altri ( attori ) come si sarebbe detto una volta. Il film, infine, mi è parso anche una bella meditazione su come un film  ( sempre " The room " ) che era nato come antitesi artistico-produttiva al sistema hollywoodiano  finisca poi, al momento del definitivo successo, coll'essere riassorbito dal sistema e a divenire parte di quell'infernale " macchina del divertimento " che muove le folle ed i soldi. Bella lezione per i " rivoluzionari " e i " solitari " di questi tempi, tempi in cui il successo  e la consacrazione artistico-commerciale possono saltar fuori perfino da un disastro...annunciato e forse perfino inconsciamente ricercato. 

lunedì 12 marzo 2018

" LADYBIRD " di Greta Gerwig ( USA, 2017 )

Dicevamo qualche tempo fa che i film sull' apprendistato della vita, equivalenti in sostanza a quello che è il " bildungsroman " in letteratura ( la " formazione " di un giovane protagonista attraverso varie esperienze esistenziali ) sono sempre interessanti di per sè . Soprattutto , almeno potenzialmente , rappresentano una formula di successo. Piacciono al pubblico perchè lo stimolano a cercare di intuire come andrà a finire e in più, indirettamente, lo pongono di fronte ai propri personalissimi ricordi, alle speranze e alle delusioni del passato di ognuno. Ecco perchè il cinema ci ha prodigato numerose  opere di questo filone, alcune pregevolissime , altre meno. E continuerà a darcene, state pur certi. 
Sulla stessa lunghezza d'onda ci arriva ora dagli Stati Uniti, a qualche mese di distanza dalla  uscita, questo " Ladybird ". Film scritto e  diretto da una donna, Greta Gerwig, anche attrice ( forse l'avrete vista in " Frances Ha " di Noah Baumbach ) non ancora trentacinquenne ma già considerata più di una semplice speranza per il cinema americano.  Il film, a casa sua, ha nettamente diviso critici e pubblico. Alcuni sostenendo che è un film non privo di grossi  difetti, immeritevole di venire candidato agli Oscar in due o tre categorie ( tranquilli, non ha vinto nulla ). Altri lodandolo invece come "una piccola gemma purissima ". Poi, naturalmente, ci si è messo anche il fatto che il regista è una donna e voi sapete come le questioni " di genere " siano diventate spinosissime al di là dell' Oceano. Essere donna , in questo clima esasperato, può essere un vantaggio per l'effetto- simpatia che può determinare nei due sessi finalmente uniti. Ma anche un handicap perchè fa planare il sospetto che si è andati avanti solo per questa specifica caratteristica (orrore!) .Vediamo allora,  senza pregiudizi, di capire quanto valga il film.

Siamo a Sacramento  ( California ). La città non sarebbe  male : molto verde, ampi spazi, bella situazione geografica, come tante altre  città americane di media grandezza. Solo che la protagonista, una ragazza di diciassette anni, morde il freno perchè  lì non ci si può proprio più vedere e medita , finita la scuola superiore ( è all'ultimo anno in un istituto di stretta osservanza cattolica ) di andare al " college " a New York o comunque sulla costa orientale, terra di libertà , di cultura e di anticonformismo ( o così almeno la vede lei ). Angosciata da una famiglia di origini modeste, senza grandi possibilità economiche, in perenne conflitto con la madre ( un'infermiera che si ammazza di lavoro e che le rimprovera la poca concretezza ed un vago  ribellismo ) cerca faticosamente di trovare una via di crescita personale che la affranchi, almeno emotivamente, dal contesto ambientale. La vicenda è collocata temporalmente nei primissimi anni di questo secolo- le torri gemelle e l'invasione dell' Irak - e segue tutto l'anno scolastico di Ladybird ( il nomignolo infantile , equivalente al nostro " coccinella ", con il quale Christine, la  protagonista, pretende di farsi ancora chiamare da tutti, genitori, amici ed insegnanti , in un ostinato rifiuto di accettare la sua crescita e di affrontare pienamente l'impegnativa realtà della vita che la attende ormai dietro l'angolo ). Amicizie adolescenziali che si annodano e si disfano, piccole vicende in classe e fuori, prime esperienze sentimentali e sessuali, conflitti nella e con la famiglia. Poi ll sospirato diploma e  Ladybird ( l'insetto ) si trasforma in  una crisalide,spicca il volo e , ad un certo punto, diventa finalmente Christine. La sua maturazione si è così completata.

Ho voluto riassumere la trama del film perchè mi sembra rivelatrice della ( legittima ) ambizione che guida l'autrice. Non solo cioè descrivere un ambiente provinciale con tutto il suo " charme "  e le obiettive limitatezze, tracciando un ritrattodi giovane donna che è attratta e intimorita al tempo stesso dal futuro  verso il quale è diretta. Ma anche- e forse di più- regolare i conti con la propria personale esperienza adolescenziale ( la vicenda è in gran parte autobiografica, come si intuisce dal fatto che anche la Gerwig è nata  a Sacramento e che gli anni della sua personale formazione sono quelli che vive Ladybird- Christine ) ed inoltrarsi così sul sentiero dei rapporti genitori-figli. Sentiero già molto battuto  in letteratura e al cinema, ma sempre impervio da percorrere se non si è  in possesso di finezza di analisi e di qualità di scrittura cinematografica. Bene, tenere insieme questi due obiettivi non è sempre facile. Mentirei se dicessi che la Gerwig eccelle, qui,  nel perseguire entrambi. La parte descrittiva è molto ricca- forse c'è troppa carne al fuoco - e non è tutta felicissima ( penso ad un film senza pretese come " Picnic " di Joshua Logan  che era però magistrale nella raffigurazione della società semi-rurale di quegli anni ). Certe sequenze sono divertenti e perfino interessanti nella loro scioltezza  ed originalità,  ma ci si perde un pò, specie all'inizio, in un sovraccarico di notazioni abbastanza abusate senza che il film prenda  un colpo d'ala e si sollevi a qualcosa  di meno scontato. Meglio, tutto sommato, il parallelo tentativo dell'autrice di affrontare il tema della conflittualità con la madre che però rimane anch'esso troppo in superficie, senza che si scavi veramente a fondo sulla inevitabile rivalità tra le due generazioni e le connesse, più o meno sotterranee,  correnti di affetto e di volontà di sopraffazione al tempo stesso che percorrono rapporti così delicati e complessi. In definitiva diciamo che "Ladybird" promette molto, ci lusinga , ci dispensa qualche ottimo momento ma non riesce poi a valorizzare tutto il materiale di cui si è servito.

Sceneggiatrice un pò troppo sicura di sè ( ma oggi, si sa, tutti ambiscono ad essere " autori" esclusivi ) la Gerwig  mi è sembrata tutto sommato migliore sul terreno della regia. Certe inquadrature, il taglio di alcune scene, la fluidità dei raccordi, in breve " il linguaggio ", sono spesso pregevoli e fanno del film un prodotto che spicca e che giustamente ha attirato l'attenzione dei giurati dell' Oscar ( che però poi, come ho detto, non gli hanno conferito alcun riconoscimento ). Merito anche di una bella fotografia che rende omaggio alla solarità dei luoghi ( la California non si riduce solo a San Francisco o a Los Angeles... ) ed accarezza  con proprietà le mezze tinte degli interni. Scenografia, arredamento, costumi, testimoniano della consolidata meticolosità anglosassone che tanto rende gradevole la superficie  dei film d' Oltreoceano ( perchè poi un film dovrebbe essere esteticamente sciatto , anche quando non è un capolavoro ? ). Parlo alla fine della interpretazione perchè mi pare che nei due personaggi femminili (Christine e la madre ) stia tutto il meglio - ed anche però l'irrisolto - del film. Se Saoirse ( pronunciare " scirsce " , è gaelico ... ) Ronan è certamente brava nel ritratto ingrato di una giovinetta tutto sommato antipaticuccia ma di cui non vengono esplorate tutte le potenzialità, davvero eccellente è la veterana Laurie Metcalf nella parte altrettanto ostica della madre. Duro, rigoroso con sè e con gli altri , il personaggio si porta dietro il ricordo di una esistenza grama e la paura di un futuro economicamente incerto. Nei suoi occhi, taglienti come lame e sempre prossimi al pianto, si intravede a tratti quel difficile rapporto genitori-figli, l'animosità e la " pietas " che ne sono l'humus sotterraneo e che il film  ( timido ? incerto ? ) sfiora solamente, donandoci egualmente verso la fine un sottile, rinfrescante brivido di inquietudine.