domenica 22 gennaio 2017

" Dopo l' amore " di Joachim Lafosse ( Belgio, 2016 )

Cosa rimane quando - in una coppia sposata - l'amore non c'è più ? O, meglio, quando l'amore va e viene, senza che vi sia certezza che possa tornare forte come prima , quando il legame che  ci ha uniti ad un'altra persona si affievolisce fino quasi a  scomparire del tutto ? Risentimento verso il partner, frustrazione, senso di vuoto, ma anche  a volte una caduta della nostra stessa autostima. E non importa che , come in tutti i rapporti amorosi, il grado di intensità di queste sensazioni non sia eguale per i due soggetti coinvolti, cioè che uno sia ancora più o meno confusamente innamorato e l'altro no. Quando il legame è pericolosamente sfilacciato, è molto difficile riannodarlo, preservarlo da ulteriori assottigliamenti senza che esso necessiti di una nuova intesa paritaria e, soprattutto, di un forte desiderio di ricominciare da parte di entrambi. "Dopo" l'amore, dovremmo dire piuttosto " dietro" l'amore,  emergono allora, fatalmente,  le implicazioni economico-sociali di quella determinata unione che sta per finire. Non solo l'affidamento dei figli- con gli intricati arrangiamenti perché ciascuno dei due genitori possa, a turno,  vederli e stare insieme ad essi - ma la proprietà dei beni comuni, a cominciare dalla casa in cui la coppia ha vissuto e cresciuto la prole, la quale costituisce in definitiva la  sua  "produzione ". Questioni delicate, specie la seconda, in cui al computo puramente monetario si intrecciano quel risentimento e quel senso di frustrazione dei quali abbiamo detto prima e che rischiano di complicare maledettamente le cose. L'economia della coppia. Ecco ciò che resta. E se pensiamo che la famiglia, almeno fino ad oggi, rappresenta la cellula primordiale del nostro ordinamento economico-sociale, non dovremmo trovare troppo  "blasfema "- rispetto alla " santità " dell'amore-  questa semplice constatazione.

  E " L'économie du couple " ( L'economia della coppia ) è il titolo originale, suggestivo e diretto al tempo stesso, del film di cui parliamo oggi. " Dopo l'amore "- titolo più banalotto ed in parte fuorviante scelto dalla produzione per la distribuzione internazionale -  parte proprio da qui. Dalle questioni che si pongono in vista dell'imminente  conclusione sul piano amministrativo di una unione matrimoniale giunta ormai al capolinea sul piano degli affetti e  dell'intesa reciproca. Anzi, se vogliamo essere precisi, il film parte dalla casa in cui, di fatto già separati, convivono provvisoriamente i due coniugi della nostra storia, Marie e Boris. La casa  come oggetto della loro disputa. Perché del ricavato della vendita lei , che l'aveva acquistata esclusivamente con il denaro regalatole dai genitori , vuole tenere per sé i due terzi lasciandone  uno al marito. Mentre lui, che aveva apportato molte migliorie all'aspetto originario della dimora coniugale grazie alle sue capacità di architetto, ne pretende la metà rivendicando l'importanza e la dignità - diremmo marxianamente - del proprio lavoro rispetto al capitale portato dalla moglie. Ma anche la casa come fortilizio della cellula familiare, rifugio ed insieme schermo verso l'esterno di un rapporto esclusivo, chiuso,  come finiscono con l'esserlo sovente i  rapporti familiari nella nostra società parcellizzata, frantumata in tante piccolissime realtà autosufficienti. E da questa casa, graziosa, ampia, con un piccolo giardino, arredata con gusto ma che finisce col dare allo spettatore un  leggero senso di claustrofobia, il film non ci farà praticamente mai uscire, salvo alla fine .Quasi a sottolineare il luogo dove l'amore della coppia si è inizialmente rinvigorito con la nascita della prole ( due gemelline sui sette, otto anni ) e che è  divenuto successivamente l'arena dei loro scontri verbali, della crescente reciproca incomprensione, della malinconica fine del loro rapporto .  E se poi la posizione economico-sociale dei due coniugi non è sufficientemente equilibrata ( lei è figlia di genitori borghesi e benestanti ; lui , aspetto più proletario-bohémien, non ha un soldo e vive di espedienti ) ecco che l' economia della coppia nasce squilibrata ed ancor meno agevole si manifesta l'equo scioglimento del legame.

 Non vi è solo un contrasto economico o sull'affidamento dei figli  al centro della vicenda .L'artista, lo sappiamo,  quando descrive qualcosa finisce sempre col " parlare " di qualcosa d'altro. Anche qui è il " non detto " , il non rappresentato che aleggia sulle cose, le vicende e le situazioni oggetto principale della creazione filmica, a costituire l'elemento sottostante  e più interessante. Perché il  rapporto  di Boris e Marie si sia logorato il film non lo dice, non vi è un " antefatto " che ci dia qualche indizio. E' così e basta. E il film ci svela solo, come abbiamo visto, le loro infinite discussioni, le loro ripicche, il continuo " tiro alla fune " sul futuro assetto dei loro rapporti familiari ed economici. Ma, quasi contro la volontà - diremmo - degli stessi personaggi, la trama sottile e dolorosa dei loro rapporti di un tempo emerge alla superficie. Una occhiata intensa, lucida di rabbia o di pianto trattenuto, ci fa capire quanto forte fosse il sentimento di Marie per Boris. E lo sguardo a volte attonito e perso nel vuoto di questi ci mostra lo smarrimento, l'incapacità di farsi una ragione, che lo caratterizzano . E spiegano soprattutto,  quell'occhiata e quello sguardo, il  sordo accanimento nel perseguire i loro interessi che  l'uno e l'altra mettono in campo. Boris e Marie si sono molto amati - questo possiamo intuirlo - e poi, come succede a volte per un sentimento così intenso, il loro amore è finito. O forse no, perché a volte essi danno l'impressione che potrebbero tornare insieme, riannodare un rapporto cui stanno mettendo fine, probabilmente, per troppo orgoglio e per troppa reticenza. La "economia della coppia " , in questo senso, non è fatta solo di conti economici, di capitale e di lavoro. E' fatta anche di scambio  (o " non scambio " ) affettivo , di sguardi, di momenti di intimità e di condivisione, secondo una aritmetica complessa, un bilancio le cui poste non sono tutte agevolmente misurabili. Inseguiamo , come sempre, la nostra felicità ma diamo purtroppo per scontato che potremmo non raggiungerla mai. Anche se, fortunatamente , questo non sempre  avviene , il solo fatto che potrebbe succedere ci induce all'ansia e alla malinconia.

Tutto ciò , ed altro ancora, è detto bene da " Dopo l'amore ". Merito del regista e cosceneggiatore del film, il quarantenne belga Joachim Lafosse ( autore in precedenza di un interessante " Proprietà privata" ), capace di compiere il tour de force di ambientare il 95 % per cento del film nello stesso spazio ristretto senza dargli un aspetto troppo da " teatro filmato " ( ricordate " E' solo la fine del mondo " ? ). Agile nella successione delle sequenze e delle inquadrature, il suo cinema è sempre lucido e asciutto. Qualche concessione troppo sentimentalistica ( le " gemelline ", peraltro brave e simpatiche, sembrano a volte essere messe lì solo per intenerire lo spettatore ) possiamo perdonargliela, in nome dell' "economia " complessiva del film . Certo, resta a mio avviso un film più di  "testa" ( un , pur dignitoso, prodotto intellettuale ) che di " cuore " ( un' opera  ispirata, nata da un sentimento autentico ). Non vi è la scintilla del genio , in questo Lafosse. Buon artigiano, ci dà un prodotto molto curato e che ha il merito di toccare un argomento eterno ed insieme attualissimo : la crisi della coppia, la solitudine dell'individuo. Molto del piacere estetico che si ricava dalla visione del film  è dovuto ai due bravissimi interpreti . Bérénice Béjo ( Marie ) in questa stagione ci aveva già dato il toccante, quasi magico personaggio di contorno della dottoressa del Pronto soccorso in " Fai bei sogni " di Bellocchio. Qui è la protagonista femminile ( a quarant'anni di età  la sua interpretazione più impegnativa ) e restituisce la fiducia che le è stata data da produttori e regista con una recitazione intensa e convincente. Cedric Kahn ( regista francese di discreto livello ) impersona Boris con particolare incisività. Ottimo ancora una volta - quasi dispiace dirlo - il doppiaggio in italiano ( del resto, almeno qui a Milano, non ci sono per il momento alternative ).In definitiva, se volete la mia opinione, un film "da vedere" per i motivi che ho cercato di illustrare più sopra. Ma non " da vedere assolutamente ", come " Il cliente " o " Fai bei sogni " di cui abbiamo parlato nelle scorse settimane. D'altra parte il cinema non può vivere di soli capolavori e il lavoro di molti cineasti che di questi non ne fanno, o non ne fanno ancora,  è egualmente interessante e degno di considerazione, spero ne converrete.





2 commenti:

  1. Ho letto la sua recensione con molto piacere e interesse, velocemente e "tutto d'un fiato"! Come sempre si ha il desiderio di vedere il film, grazie.
    Spero questa settimana di dedicare tempo al nostro cinema, non ho capito se la fine di questo rapporto é vissuto in modo drammatico o accettato con malinconica distrazione inevitabile. Purtroppo non ho potuto vedere Allied, ma é nel mio carnet. Grazie ancora.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. " Malinconica distrazione ", ecco il punto. Purtroppo non sappiamo bene, molte volte , quello che vogliamo. E mentre ci arrovelliamo nel trovare la risposta i sentimenti rischiano di affievolirsi, i legami di sciogliersi. Distratti : ecco purtroppo ciò che siamo.

      Elimina