mercoledì 11 settembre 2019

" MARTIN EDEN " di Pietro Marcello ( Italia, 2019 ) / " THE RIDER " di Clohé Zhao ( USA, 2017 )

Presentato pochi giorni or sono alla Mostra di Venezia, ecco uscire nelle sale " Martin Eden", diretto da  un regista italiano pluriquarantenne ma relativamente poco conosciuto, il casertano Pietro Marcello. Il film - è la pubblicità che parla - " è stato applaudito dal pubblico della  prima  per ben nove minuti " . Ignoriamo quanto lo siano state le altre opere  in concorso e quindi ci è impossibile stabilire una graduatoria  tra di esse in base ai battimani degli spettatori (non sempre disinteressati, sarà utile rammentarlo, in queste occasioni festivaliere in cui le case cinematografiche non lesinano sforzi per accrescere la risonanza mediatica dei loro prodotti ). Nove minuti, otto o dieci, non ha peraltro importanza. "Martin Eden ", diciamolo subito, è un brutto film. Un film noioso, innanzitutto. Ed è questa già una  negativa constatazione , visto che in genere si va al cinema non per annoiarsi, sebbene per trarne diletto per l'anima e la mente, ristoro dalle pene giornaliere, interesse per quanto ci viene mostrato. Qui, in due ore e un quarto di proiezione, nessuno di tali modesti ma essenziali traguardi ci viene concesso. Vi è di più. Non solo è noioso ( molti film, nella loro pochezza, lo sono stati ed altri ancora lo saranno ) ma è anche irritante. Un difetto ,questo, maggiore del primo. Irritante perchè pretenzioso, supponente. Arieggia ad opera innovatrice, capace di prendere un modesto romanzo americano dei primi del Novecento, trasportarne la vicenda in una Napoli senza tempo e farne una metafora non solo del progressivo involgarimento- materiale e spirituale- della nostra compagine nazionale; ma anche , parrebbe di comprendere, del fallimento sostanziale di tutti i miti del " secolo breve". Nella teoria evoluzionista dell'ormai dimenticato filosofo Herbert Spencer, cui il romanzo di Jack London apertamente si ispira, l'organizzazione sociale dovrebbe infatti lasciare libero corso all'individuo e non, come da più lati essa ha sempre cercato di fare, irregimentarne le pulsioni vitali. Scritto nel 1909, " Martin Eden " non poteva certo conoscere i tragici errori  cui il secolo sarebbe andato incontro. Ma non era sul futuro particolarmente ottimista. Ora il film - se possibile ancora più fosco- suppone di essere facilmente decifrabile dallo spettatore e presume soprattutto di essere in grado di coinvolgerlo  e di emozionarlo. Giungendo così, in definitiva, ad essere un film ambizioso  ma non esteticamente ed intellettualmente appagante: che  questo proprio, a mio avviso, non è.

Martin Eden ( con non troppo velato autobiografismo da parte di London ) è un giovane diseredato, un povero marinaio che vive negli angiporti. Entrato casualmente in contatto con una famiglia di ricchi borghesi e soprattutto con Ruth ( nel film Elena ) di cui perdutamente si innamora,  affascinato da un ambiente e da una cultura cui è forzatamente estraneo, decide di diventare uno scrittore ricco e famoso attraverso un duro apprendistato da autodidatta. Respinto e deriso da tutti all'inizio, riesce infine a " sfondare " con la letteratura e  ad acquisire la ricchezza e il potere che agognava. Ma ben presto si rende conto che nè la cultura, nè le teorie ed i movimenti politico-filosofici  che vede agitarsi intorno a lui in un crogiuolo che prepara inarrestabilmente lo scontro tra i popoli e le nazioni, sono in grado di cambiare realmente i rapporti di classe, né l'istinto di sopraffazione che è negli individui, favorito se non istigato da una società arida e materialista. Cade quindi in una profonda depressione che non riesce a venire  mitigata dal suo amore per gli umili, i buoni, i puri di animo. Bel tema, come si vede. Si capisce come possa a sua volta aver affascinato un isolato- e probabilmente un deluso dalle ideologie  e pratiche novecentesche- quale deve essere  Pietro Marcello, autore sin qui di operine semidocumentaristiche apprezzate dalla critica  ma sostanzialmente ignorato dalla macchina produttiva commerciale e dal pubblico. Ed è altrettanto evidente che la tentazione era forte di trasferire la vicenda dalla California di Jack London ad una Napoli che il regista deve conoscere bene : una città che è da sempre laboratorio sociale, incrocio di varia e possente umanità ma destinata sostanzialmente a non cambiare mai, a macinare gli stessi equivoci, le stesse speranze e le stesse delusioni. Ad immagine di una Italia che , in questi decenni , ha visto scomparire la sua ingenuità e vitalità popolaresca, finendo col perdere l'anima inseguendo i miti neocapitalistici del benessere materiale e del facile successo. Peccato però che tutto ciò-  intendo il possibile significato di un film ideologicamente di non agevole lettura - emerga con fatica dalla visione del film, infarcito com'è di tante suggestioni, simboli e personaggi a tesi che quasi mai riescono a fondersi in un discorso chiaro, lineare, cinematograficamente convincente e coinvolgente. Occorre tentare solo successivamente di ricostruire, mettendo insieme  i pezzi sparsi, quanto si è visto, per arrivare ad una interpretazione che dia un senso ad un contenuto tanto debordante e magmatico.

Se dunque da un punto di vista contenutistico siamo in presenza di un'opera faticosa , sostanzialmente non riuscita perchè non consente una immediata comprensione del suo assunto, solo confusamente esplicitato, non molto meglio vanno le cose per quelli che sono gli aspetti puramente estetici del film. Aspetti che poi, in una inscindibile connubio di contenuto e forma, dovrebbero permettere proprio di dare un senso compiuto all'intero film e di farci  penetrare nel mondo delle idee e dei sentimenti dell'autore che hanno dato vita all'opera stessa. Se il cinema, come sappiamo, deve essere " emozione ", adesione anzi simbiosi dello stato d'animo dello spettatore con le intenzioni dell'autore, " Martin Eden ", intriso di intellettualismo, incapace di trasmettere vere sensazioni che non siano di crescente malessere in chi lo guarda, è un esempio da manuale di " non cinema ". Il suo stesso linguaggio cinematografico, tutt'altro che fluido e disteso bensì spezzettato, claudicante, frutto di una continua alternanza di piani lunghi con piani ravvicinati, addirittura dettagli di volti , di corpi, di oggetti,  " inserti " costituiti da reperti e documenti fotografici del passato, giustapposizione di piani fissi con carrellate o movimenti di cinepresa mobile che non trovano reale giustificazione in una concezione estetica o in un punto di vista " morale " sufficientemente coerente, lascia molto a desiderare ed aggiunge nuova fatica allo spettatore.
Resta, forse, un unico elemento positivo in un' opera praticamente fallita. Ed  è l'interpretazione. Non tanto quella , iperlodata e mediaticamente sopravvalutata per chiare esigenze di " show business ", dell'attore principale, Luca Marinelli ( vincitore a Venezia della Coppa Volpi ). Il suo Martin Eden a tratti appare teso ad inseguire una " cifra " interpretativa  didascalica, brechtiana,  esterna al personaggio. Altre volte invece , e massimamente nella seconda parte del film , sembra  quasi criticare il personaggio dall'interno, con enfatico vigore degno, come è stato  osservato, di un Carmelo Bene redivivo. Penso piuttosto ai tanti attori minori, di scuola in gran parte napoletana ( la migliore al mondo insieme a quella anglo-irlandese ) dai volti antichi, icasticamente popolari, che non sarebbero dispiaciuti a Pasolini. Poco davvero, peraltro, per consigliare  qualcuno di sobbarcarsi alla visione del film.


Cosa dire invece del secondo film di cui parliamo oggi ( " The Rider " di Chloé Zhao  , chiamato anche in Italia " Il sogno di un cow-boy " ))  che , presentato a Cannes ben due anni or sono, giugno del 2017,finalmente ha trovato la via del nostro circuito commerciale ( anche se, mi si dice, non sia  di  facile reperibilità ) ? Messo accanto a " Martin Eden " fa ovviamente un figurone per la sua immediata comprensibilità, per la forma brillante e particolarmente suggestiva, l'adesione spontanea che induce nel fortunato spettatore. Ma anche in assoluto - senza occasionali ed improponibili confronti con il film di Marcello - " The Rider " è tale da riconciliarci col cinema : forma d'arte effimera, forse minore, ma che, nei suoi aspetti migliori, richiede grande sensibilità e starei per dire " cuore puro " , non contaminato da una mente troppo sovraccarica, da parte di chi si azzarda a praticarla.
Di " The rider ", quando fu presentato a Cannes, avevamo naturalmente già parlato a suo tempo qui  nel blog ( " 5 film da Cannes " , in data 24/6/2017 ). Per non costringervi a scartabellare all'indietro nel cercare quella recensione, la riproduco qui di seguito .

"E poi, il terzo giorno, ecco un autentico capolavoro senza ma e senza se. Non spreco spesso questo appellativo. Al cinema, di questi tempi, è già molto vedere una cosina spiritosa e garbata... Ci si accontenta, insomma, paghi di trascorrere novanta minuti in maniera intelligente. Se dico che " The Rider " ( " Il cavaliere " ) è un capolavoro, lo dico a ragion veduta. Certo, anche d'impeto, sull'onda dell'emozione che mi ha suscitato. Ma anche dopo averci riflettuto ed aver ricostruito tutti i passaggi di sceneggiatura, di montaggio, le inquadrature, il dialogo, di un film che riannoda sia con la migliore tradizione del cinema americano " classico " ( i Ford, gli Hawks, gli Huston perchè no ? ) che con il lascito del più problematico cinema,  sempre USA, degli anni '70 (  Scorsese, Cassavetes, Schatzberg ecc. ) mi sono nuovamente convinto che è un grande film . Un film ( distributori italiani attenti ! ) che sarebbe delittuoso non farci vedere nella prossima stagione solo perchè non ha attori conosciuti ( sono tutti non professionisti che interpretano sè stessi ) e parla quasi unicamente  di " rodeo " ( ricordate " Gli spostati ", in originale " Misfits ", con Gable e Montgomery Clift ? ) di cavalieri e di cavalli. Con particolare riguardo a queste due categorie quando, per l'una e per l'altra, la loro parabola ascendente si è conclusa e occorre venire a patti con la dura realtà. Ma parla  anche di sogni, di speranze, di amicizia e di affetti familiari. Praticamente di tutto quello che conta, nella vita. Ma lo fa senza piagnistei. Con ciglio asciutto, dolcezza e forza al tempo stesso . Un film " virile " starei per dire, se non l'avesse scritto, diretto e prodotto,  una donna . Una piccola, giovane donna sino-americana che risponde al nome di Chloé Zhao ( ricordatevelo perchè ne sentirete parlare ). Questo è il suo secondo film, dopo " Songs my brother taught me ", del 2015, egualmente presentato nella prestigiosa sezione della " Quinzaine des réalisateurs ". " The Rider " la " Quinzaine " quest'anno l'ha vinta , conquistando il primo premio. Ma non esagero se dico che se fosse stato presentato nella competizione principale gli si sarebbe dovuto dare la Palma d'oro. Tanto questo film sa toccare con pudore - e vigore - le corde più segrete della nostra natura umana. E tanto fa con assoluta padronanza del mezzo cinematografico , senso del ritmo, veri personaggi che si muovono negli spazi sconfinati del Sud Dakota, inquadrature emozionanti ( che siano i cieli al tramonto, le distese di granoturco con lo sfondo delle montagne oppure un povero paraplegico che è stato un grande " cowboy " o un gruppo familiare in una dimessa " mobile home " ). Davvero eccitante  la visione di questo " The Rider ", pensando che è stato girato con quattro soldi e che si appresta ad ad avere un grande successo in patria e, speriamo, un giorno qui da noi. Una storia molto bella, dicevo , affascinante perchè è quasi un documentario o , piuttosto , una " fiction " che è però un documento di vita vera , vissuta. E l'arte, come sappiamo, insegue la vita , la trasfigura e ce la restituisce rendendola paradigmatica , unica ed emozionante. Proprio come fa questo " Rider ", sorpresa ed autentico regalo di Cannes 2017."

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