sabato 8 dicembre 2018

" ROMA " di Alfonso Cuaron ( Messico, 2018 ) / " LA PRIERE " di Cedric Kahn ( Francia , 2018 )

Per fare del buon , anzi dell'ottimo cinema non c'è bisogno di molto. Bastano le idee, certo, ed il cuore  : intelligenza ( abilità tecnica ) da un lato, sensibilità artistica dall'altro. Non è una ricetta complicata. E lo prova ampiamente lo stupendo " Leone d'oro " di quest'anno. Quel " Roma " del messicano - con trascorsi hollywoodiani -  Alfonso Cuaron che, prodotto dalla piattaforma "Netflix",  è  uscito ora per pochi giorni in alcuni cinematografi  italiani prima di venire relegato nella " scatola " che lo farà vedere in seguito ( su televisori, computer e addirittura telefonini...) solo agli abbonati di quest'ultima applicazione tecnologica. Inutile tornare sul tema. C'è chi piange sulla possibile fine del cinema quale emozione collettiva, come, in gran parte, l'abbiamo conosciuto fin qui. C'è chi afferma che questo è il progresso e che dovremo abituarci al nuovo tipo di " supporto ": nè più nè meno come alla progressiva sostituzione della carta stampata, libri e giornali da fruire ormai in forme ben diverse da quelle tradizionali.
Lasciamo stare e prepariamoci al peggio ( se tale lo consideriamo ). Il paradosso, semmai, è che proprio un film come "Roma", girato in bianco e nero e in un  classicissimo "cinemascope ", quindi adattissimo al grande schermo ( vedere per credere ) sia stato concepito per formati molto più piccoli e di resa artistico-spettacolare forzatamente inferiore. Mistero. Accontentiamoci di nutrire comunque gratitudine per chi, finanziando il film, ha  permesso la sua realizzazione  e ce lo fa ora ammirare, anche se per poco tempo, in qualche sala del normale circuito. Perchè il film è davvero molto bello ed ha ampiamente meritato il massimo riconoscimento veneziano. Uscendo dalla proiezione ( contrassegnata, finalmente, da una cospicua presenza di pubblico già al primo spettacolo di un normale giorno lavorativo ) mi sono chiesto come mai film così semplici ed insieme profondi, capaci con pochi tocchi di commuoverci ed entusiasmarci ( una specialità della " ditta " Italia nei primi venti-venticinque anni del secondo dopoguerra ) li sappiano fare oggi quasi solo le cinematografie considerate un tempo minori : qualche paese dell' Est europeo, l'Africa , l' Oriente, l' America Latina. In questo caso il Messico : realtà composita,in chiaroscuro, con molte contraddizioni al suo interno e forse per questo un potente stimolo per chi voglia affrontarla attraverso la macchina da presa.

Il film inizia piano, quasi silenzioso, nel tratteggiarci in modo man mano più ampio e preciso una grande ma un pò disordinata abitazione di Città del Messico ( scopriremo poi che siamo nel 1970 ) in un quartiere medioborghese della grande metropoli che è proprio chiamato " Roma ", non chiedetemi perchè. E man mano facciamo conoscenza con gli abitatori : una moglie ancora piacente e dotata di un sano appetito per la vita, un marito  tabagista e distaccato (non perdetevi il ritorno a casa del " pater familias " in una obsoleta e un pò ammaccata " Galaxy ", le automobili allora erano tutte macchinoni americani difficili da manovrare in spazi ristretti ) quattro figli un pò turbolenti tra infanti ed adolescenti, una nonna dal senso pratico  e due donne di servizio a tempo pieno ( le classiche " indie ", laboriose ed ancestralmente educate alla pazienza ). Non che succedano fatti clamorosi nel tran-tran un pò monotono di questa famigliola , anche se ci accorgiamo che, fuori, le forze  al potere reprimono duramente il dissenso dei meno fortunati e non disdegnano talvolta di  appoggiarsi a corpi paramilitari fascistoidi. Finchè due fatti sconvolgono quel " ménage " apparentemente senza storia (ma che il regista ha incominciato a farci apprezzare con il suo approccio quasi documentaristico, tutt'altro che asettico, soffice e caldo al tempo stesso ). La cameriera più giovane rimane incinta ad opera di un piccolo mascalzone che poi l'abbandona. La padrona di casa è a sua volta lasciata, oltretutto in ristrettezze economiche, dal marito che fugge ad Acapulco con l'amante. Nuvole sempre più pesanti sembrano ora addensarsi sui nostri personaggi - vedrete quanto e quando - ed il film sale di tono e di intensità,ma senza  cadere in alcuna sbavatura sensazionalistica e riuscendo sempre a conservare un approccio misurato e sincero. Alla fine ciò che prevale è la gioia di vivere, l'amore che lega gli abitanti della casa tra di loro. Domani è un altro giorno e continueremo ad affrontarlo insieme. 

Temi così intimistici eppur ricchi di "pathos " si sposano armoniosamente in " Roma " ad una non oziosa riflessione sulla circostante atmosfera  del tempo, autoritaria e a decisa impronta maschile, in cui il ruolo delle donne era socialmente residuale. Che affetto evidente, scopriamo, ha Cuaron per i propri personaggi femminili : umiliate e offese, le donne sono , attraverso il loro sacrificio e la loro rassegnata ma non doma fierezza, portatrici di una speranza di riscatto per l'intera comunità. Guardate la povera cameriera india, scoprirete  attraverso i suoi occhi timidi ed onesti questo paese dai mille contrasti ma estremamente vitale e vibrante. Così come lo sguardo vacuo e sfuggente del padrone di casa o il cipiglio torvo ed esaltato di Firmin ( il paramilitare che mette incinta la serva ) ci dicono molto più di mille parole sulla deriva autoritaria di una società oziosa e incapace di operare un deciso salto nella modernità. Questa fusione tra temi personali e " civili " era la forza, ve ne ricorderete, del grande cinema italiano di una volta, dal neorealismo a Germi, Fellini, Olmi. Piace vederla qui in un film che è indiretto omaggio a quella temperie artistica, a quello stile,  a quel coraggio morale. Ma è anche , e soprattutto, una testimonianza dei fermenti culturali e politici che attraversano l' America Latina, con la prova di una raggiunta maturità artistica che pone oggi lo stesso Cuaron , con gli altri due più famosi cineasti messicani, l' Inarritu di " The Revenant " e il Del Toro di "La forma dell'acqua ", nei piani alti del cinema mondiale. Soggetto quanto mai congeniale e pertinente per consentire all'autore di tornare con la memoria al Messico della sua infanzia,  sceneggiatura senza smagliature : tutto è chiaro ed immediato oppure contribuisce ad illuminare più tardi il senso di ciò che abbiamo visto, proprio come nella vita. Regia sempre inventiva , ma senza strafare. Qui veramente capiamo come i movimenti di macchina debbano essere dettati non da una estetica fine a sé stessa ma dalla posizione morale di chi li dirige. E non vi è inquadratura in " Roma " che non ce lo ricordi costantemente, con grazia e senza pedanteria: Cuaron sa sempre dove posizionare la cinepresa e lo fa per esprimere un punto di vista mai banale. Fotografia da Oscar ( autore lo stesso Cuaron ) , in un bianco e nero di struggente risalto. Interpretazione assolutamente all'altezza, con menzione speciale per le due principali attrici. Insomma, da tempo non si vedeva un film altrettanto convincente.

Analogo discorso andrebbe fatto per " La prière " , film francese di Cédric Kahn, uscito in Francia nello scorso mese di marzo e salutato  molto favorevolmente dalla critica d'Oltralpe Se non chè, complice la circostanza che da noi, in questi giorni, lo abbiano visto in pochi ( a Milano solo tre proiezioni in un cineclub ) e che non ne sia ancora sicura la distribuzione nel circuito commerciale, preferisco rinviare al momento in cui sarà possibile a tutti andarlo a vedere una analisi più distesa. Dirò solo, perchè teniate a mente nel frattempo questo piccolo capolavoro, che anche qui , come in " Roma ", il soggetto è semplice ed austero, niente affatto noioso ( un giovane tossicodipendente, inserito in una comunità di recupero basata sul lavoro manuale, la solidarietà ed appunto la preghiera e la fede cristiana, tornerà a vivere e potrà con autonomia e raggiunta consapevolezza operare una scelta tra amor sacro e amor profano ). Ambientazione di sontuosa bellezza nelle Alpi del Delfinato, non lontano da Grenoble , sceneggiatura ben costruita e scandita da un ritmo cinematografico pacifico e solenne, regia sempre attenta a scovare la verità delle cose, nei volti e nei gesti dei personaggi ( tutti giovanissimi attori esordienti o poco conosciuti ), una fotografia a colori che incanta, una interpretazione del protagonista, Anthony Bujon, da " César " ( gli Oscar francesi ). 

  • Ricordo infine che è da qualche giorno sugli schermi l'ultimo film del regista iraniano Jafar Panahi ( quello, per intenderci, di " Taxi Teheran, grande cineasta inviso al regime degli ayatollah e costretto a non uscire dall' Iran ). La mirabile operina ( uso il diminutivo tanto è graziosa e ben orchestrata ) si chiama " Tre volti " e ne ho parlato , mi pare , il 16 giugno su questo blog. Ragione per non ripetermi ma raccomandarne a tutti la visione, in nome del cinema e, beninteso , della ( sacrosanta ) libertà di opinione.




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