lunedì 16 luglio 2018

" THREE FACES " di Jafar Panahi ( Iran,2018 ) / " COLD WAR " di Pawel Pawlikowski ( Polonia, 2018 )

Nella rassegna dei film di Cannes 2018 presentati nelle scorse settimane a Milano, di cui vi ho parlato recensendo la " Palma d'oro " giapponese ( " Shoplifters " ) e il bellissimo sindacal-thriller " En guerre ", vi erano altri due film su cui mette conto ora di soffermarsi. Perchè ? Innanzitutto perchè entrambi di un certo valore e meritevoli quindi di segnalazione, nel caso che i distributori italiani si decidano ad immetterli nel circuito commerciale, magari nella prossima stagione. E poi perchè, nella malaugurata eventualità che non ce li facciano vedere in Italia e non riusciate ad acchiapparli altrove o in video, di essi rimanga almeno traccia in questa rubrica tra i bei film  dei  quali abbiamo  se non altro discusso, Certo leggere di un film senza averlo ancora visto o sapere di poterlo vedere quando ci pare, può essere leggermente frustrante. Ma può servire a  darci egualmente dei dati e delle informazioni delle quali, se siamo interessati alle vicende della settima arte, possiamo fare tesoro per la nostra personale  enciclopedia  di nozioni, di ricordi, di sensazioni, di curiosità legate al cinema. E può rafforzarci, naturalmente se diamo credito all'opinione di chi quel film ha visto e ce ne parla, nel convincimento che ci stiamo forgiando  circa le ragioni per cui un film è bello o almeno suscettibile di piacerci. Io , questi due film , li ho trovato piuttosto buoni e cercherò ora, sinteticamente, di spiegare perchè.

Jafar Panahi è un regista iraniano che non può uscire dal proprio Paese perchè gli hanno ritirato il passaporto per motivi politici e che ad un certo punto non aveva neanche più il permesso di girare film ( di qui l'espediente di girare il film precedente, " Taxi Teheran ", fingendosi un  tassista della capitale e riprendendo, in gran parte  grazie ad una microcamera nascosta  nello specchietto retrovisore, atteggiamenti e dialoghi dei suoi occasionali  clienti ) . Questa volta il film è girato  con l'ausilio di una modesta cinecamera mobile, interamente al confine tra Iran e Turchia e quindi abbastanza lontano dagli occhi dei " controllori " iraniani per permettersi una certa libertà  nel trattare un tema sociale molto delicato : quello dell'emancipazione femminile. Per carità , il regime clerico-totalitario non è certo affrontato di petto e mancano allusioni troppo scoperte alle cause del permanere di una condizione di minorità in cui, laggiù vivono le donne. Ma gli sguardi, gli atteggiamenti, le situazioni che il film obiettivamente fissa sullo schermo sono di per sè eloquenti e racchiudono un nuovo lucido ed appassionato  richiamo all'eguaglianza, alla libertà e alla solidarietà tra tutti gli esseri umani, cioè a tre difficili itinerari che, nell'affrancamento ( un giorno ) delle donne di quel Paese, troveranno un potentissimo stimolo. I tre volti del titolo sono quelli , appunto, di altrettante donne - una, un'anziana danzatrice dell'epoca prerivoluzionaria che in verità intravediamo appena, e le altre  due attrici, una matura ed affermata, l'altra giovanissima e ancora alle prime armi -  che rappresentano in un certo senso  tre epoche successive dell' Iran contemporaneo. E l'ultima, carinissima birbante, è il motore del film  perchè costringe in pratica l'attrice più anziana , accompagnata dal suo regista ( lo stesso Panahi ) a spingersi fuori Teheran alla sua ricerca ( è scomparsa  e si teme per la sua vita , ma si scoprirà che è tutta una messa in scena per rendere più malleabili i genitori verso la sua " peccaminosa " carriera artistica ) . Il film è appassionante come un documentario sulle trasformazioni che anche se a fatica stanno avendo luogo in Iran e struggente come una bella storia intergenerazionale, un  sommesso grido  di speranza e di liberazione. Girato, come abbiamo accennato, con mezzi rudimentali, ha nondimeno una forza ed una delicatezza estetica perfettamente aderenti al suo assunto umanistico. Ancora una volta il cinema iraniano, anche se spesso semiclandestino o maltollerato dalle autorità, si rivela interessantissimo, ricco di spunti mai banali e di grandi talenti.

Dalla Polonia ci giunge invece questo " Cold War "  ( che ha giustamente vinto a Cannes il premio per la miglior regia ). Pawel Pawlikowsi, il suo artefice ( sceneggiatore e regista ) è l'erede , in un certo senso, dei due  grandi cineasti che, nel secondo dopoguerra, hanno fatto conoscere all'estero il cinema polacco : Andrzej Wajda e Krzysztof  Kieslowski. Dal primo ( il regista de " L'uomo di ferro " e " L'uomo di marmo ",entrambi sulle vicissitudini del comunismo alla polacca ) ha preso la capacità di situare le sue storie su di uno sfondo storico-politico ben preciso e che imprime subito ad esse una traiettoria  più ampia e collettiva. Dal secondo ( l'autore della serie " I dieci comandamenti " ) sposa,  in una certa misura perchè al di fuori di un preciso contesto religioso, il gusto per le vicende di anime travagliate ed in lotta permanente prima con sè stesse che con gli altri. Il suo precedente film , " Ida ", la vicenda di una giovane aspirante novizia in un convento sullo sfondo di antiche vicende immediatamente successive alla fine dell'ultima guerra, era apparso già molto convincente e sufficientemente maturo. Questo " Cold war " rinnova in un certo senso il suo interesse per gli anni immediatamente successivi all'avvento del comunismo e storicizza le vicende dei due protagonisti su di un arco di tempo che parte dal 1946 e  si spinge sino alla metà degli anni ' 60 del secolo scorso, cioè fino all' apparente e mistificatrice " liberalizzazione " del regime prima dell'avvento di Solidarnosc ed alla definitiva frattura delle masse con il regime stesso. I due personaggi  principali ( un pianista  " borghese " che si è accostato al partito comunista per mera convenienza e anela di fuggire all'Ovest , una ragazza di origini contadine molto avvenente, brava cantante ma che sembra lasciarsi trasportare dalla corrente e fatica ad individuare i suoi veri obiettivi ) sono tratteggiati con maestria e finezza di introspezione psicologica, La " guerra fredda " qui non è solo quella che separa due mondi politicamente opposti ma simboleggia quasi, mi sembra di poter osservare, lo stato di eterna belligeranza tra due esseri umani che , ancorchè si amino e si cerchino, non riescono a fondere i loro caratteri e le loro aspirazioni. Il contesto  in cui ha luogo la  vicenda, ritmata da musiche e canzoni che danno al film una dimensione particolarmente accattivante- non solo elemento decorativo  ma componente essenziale che ne accompagna e dirige quasi lo svolgimento- è vario e molto intelligentemente descritto. Dalla Polonia passiamo spesso ad altre capitali europee ed in particolare a Parigi ( quasi il polo " capitalista " e libertario per eccellenza, opposto  alla Varsavia comunista ed ipocrita ), ciascuna con le sue certezze , le sue attrattive ma anche le sue profonde insufficienze .Un insanabile conflitto : guerra  "fredda" appunto , ma non meno acuta e devastante per un giovane polacco di oggi che sia affascinato da quel periodo storico e che si interroghi, su quello sfondo, circa gli  insondabili misteri dell'animo umano. Regia fluida, modernissima, eppure classicheggiante nella chiarezza espositiva. Interpretazione sontuosa ( la giovane " prima donna " è da gran premio ) colonna sonora curatissima. Tanto di cappello, come si suol dire, per uno dei  registi più interessanti del cinema europeo di oggi. 


Termina, con questa nota odierna, la seconda serie della rubrica di approfondimento cinematografico che state seguendo. La stagione è ormai agli sgoccioli, i film buoni sono stati presentati: si attendono i prossimi festival, Locarno e poi Venezia, per dare inizio alla nuova, il prossimo autunno. 
Facendo un pò di conti, mi sono accorto che questa di oggi è la settantasettesima puntata della rubrichetta. Nata un pò per gioco e nel semplice desiderio di  condividere con i miei amici l'emozione che avevo provato rivedendo alcuni film di Hitchcock,  nel luglio del 2016, dopo due anni essa si è certamente irrobustita ed occupa ormai un posto importante  nel mio immaginario e nelle mie occupazioni ( oltre ad andare al cinema tutte le settimane , per dieci mesi all'anno, scrivere è faticoso e richiede tempo ). Ma sono, dal mio punto di vista , molto soddisfatto. Non solo per quanto mi offre in termini di riflessione sulla mia grande passione che è sempre stato il cinema. Ma anche e soprattutto perchè mi consente di stabilire un dialogo a distanza con tanti appassionati, amici di vecchia o di nuova data ( grazie, Alfredo, per diffondere ogni settimana il messaggio sul tuo vasto network... ). Un dialogo spesso concreto, fatto di apprezzamenti ma anche, talvolta, di qualche perplessità come è giusto che sia. Più ancora di frequente, un dialogo che non è fatto solo di espliciti scambi di opinione ma che è come una grande, solida, silenziosa rete che tutti ci unisce attraverso il filo invisibile della simpatia , del rispetto reciproco, dell'amore per l'arte e  per la bellezza. Come diceva Hitchcock ? " Il cinema è la vita senza le parti noiose ". Grande verità , in un mondo in cui abbiamo  sempre più bisogno di antitesi robuste alla torpida assuefazione ed al decadimento morale che ne è la naturale conseguenza,  contro il conformismo e la stupidità. Lunga vita al cinema, dunque, ed arrivederci a settembre ! 


2 commenti:

  1. Complimenti! Non mi perdo nessuna delle tue recensioni che mi permetto di girare all'amica di turno per convincerla a venire al cinema con me. Buone vacanze!

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  2. Cara Alessandra, da una donna intelligente e sensibile come te non mi potevo attendere una reazione diversa ! Grazie della tua fedeltà critico-cinematografica e ottime vacanze anche a te ! Ci sentiremo !

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