venerdì 11 maggio 2018

" LA CASA SUL MARE " di Robert Guédiguian ( Francia, 2017 )

Non seguo con particolare assiduità il cinema di Robert Guédiguian, regista francese, come suggerisce il nome, di lontana origine armena. Come i fratelli Dardenne ambientano tutti i loro film nella periferia di Liegi, così Guédiguian ha Marsiglia, la sua città natale,  quale luogo di elezione delle proprie storie. Ma le analogie si fermano lì. Tanto scabro ed essenziale  è il mondo dei Dardenne  quanto sanguigno, incline all'effusione dei sentimenti, è quello di Guédiguian. Se i primi sono due belgi, figli del " plat pays "  di Jacques Brel, tra resti del passato minerario e brume del neocapitalismo, Guédiguian è  mediterraneo e solare, cantore di un proletariato che nulla è riuscito ad imborghesire. Entrambi, certo, credono nell'uomo e diffidano dell' evoluzione della  nostra civiltà. Ma l'approccio del secondo è più politico e terragno, laddove i primi attendono una Grazia che tarda a manifestarsi qui in basso.
Questo per confessarvi come sia andato a vedere questo film più perchè non vi erano film maggiormente attraenti, in questo momento sugli schermi della mia città, che per necessità  interiore. E invece ho fatto bene, debbo riconoscerlo. Invecchiando Guédiguian si è depurato, in un certo senso, dell'eccesso di sentimentalismo populista  e declamatorio che appesantiva i suoi film. Ora i suoi personaggi e le situazioni in cui  questi sono posti da lui e dai suoi cosceneggiatori sembrano più scarni e tanto più efficaci. Il significato libertario e solidaristico che vuol dargli l'autore resta intatto, anzi acquista maggiore forza. Debbo  avvertirvi che questo " La casa sul mare " è un film di fronte al quale è difficile restare indifferenti. Commuove, fino alle lacrime. Almeno quelli della mia generazione, i quali sanno cosa vuol dire il peso dei ricordi, delle speranze andate deluse, delle cose che rimpiangiamo di non aver detto e di non aver fatto, capiranno perchè.

State a sentire. Al capezzale di un padre colpito da ictus irreversibile, assistito dal figlio sessantenne che è sempre rimasto con lui nella bella casa affacciata sul golfo di Marsiglia,  convergono gli altri due figli, più o meno della stessa fascia di età. Lui un intellettualoide con passate smanie rivoluzionarie, oggi preoccupato dall'età che avanza ed accompagnato da giovane amante; lei una famosa attrice , rimasta più di vent'anni senza tornare nella casa paterna per il trauma della tragica morte della figlioletta occorsa in quel luogo e che ella oscuramente imputa alla disattenzione del proprio genitore. Accanto a loro un giovane  pescatore locale appassionato di teatro ed invaghitosi a distanza dell'attrice tanto più anziana di lui, un  brillante medico e la coppia dei genitori ex proletari che hanno fatto a suo tempo tanti sacrifici per far studiare il figlio. Personaggi, va detto, non certo nuovissimi sugli schermi. Trama esile, senza clamorosi sviluppi narrativi ( se si eccettua , nell'ultima parte, la comparsa di tre giovanissimi rifugiati clandestini che permette all'autore di tirare una morale tutt'altro che peregrina ). Ma grandissima suggestione derivante dall'intreccio delle traiettorie esistenziali e morali dei diversi protagonisti della vicenda, tutti tesi ( gli anziani ) a recuperare il meglio del loro passato e a trarre dalla vita quanto questa ancora può dargli, timidamente affacciati gli altri ( come sono i giovani d'oggi ) ad un futuro dalle incerte prospettive. Se la raffigurazione sociologica di Guédiguian è precisa e convincente, emotivamente coinvolgente, senza riserve, mi è parso l'incontro tra i vari personaggi, l'espressione dei loro sentimenti, ciò che essi dicono e ciò che non dicono. Per tratteggiare un intreccio drammatico, l'onda delle emozioni che sale e poi ridiscende , Guédiguian ha trovato in questo film una cifra stilistica di rara coerenza, tutta intessuta di brevi dialoghi , di scene molto contenute che si susseguono con ritmo pacato ed avvolgente, al pari di  una sonata di Brahms o di Beethoven : sottile e tagliente come una lama che va diritto al cuore, ma che non ferisce anzi cauterizza le ferite precedenti.

Film , potremmo dire qualora volessimo sembrare riduttivi, "dei buoni sentimenti " ( non c'è un solo personaggio sgradevole , se si eccettuano in secondo pieno alcuni inquietanti " youppies " che volteggiano su di un motoscafone d'altomare di fronte alla casa dei protagonisti ). Ma avremmo torto. I buoni sentimenti sono quelli, lo sappiamo, senza i quali non potremmo probabilmente sopportare, nella nostra vita, " i colpi e i dardi di una oltraggiosa fortuna " di cui parla Amleto. E raffigurarli al cinema, quei sentimenti,  con la forza evocatrice, la calda ma sobria commozione di un regista che non ha paura di far piangere i suoi personaggi , non è cosa da poco, io credo. Bel film , dunque, questa " Casa sul mare " ( un titolo italiano stupidamente balneare invece che, nell'originale,  il più contenuto " La villa ") e bravissimo un regista che ha tutta la saggezza di un gran signore di sessantacinque anni e l'entusiasmo di un ragazzino che si accosti per la prima volta al mezzo cinematografico. Entusiasmo e dedizione egualmente evidenti in tutti i compagni del regista in questa impresa i quali, del resto, sono per la maggior parte "habitués " dei suoi film . A cominciare dalla moglie , Ariane Ascaride, grande attrice dalla finissima recitazione , passando per Gérard Meylan, solido prototipo dei vecchi proletari cari al regista, e finendo con l'inquietante maschera di Jean - Pierre Darroussin, uno degli attori francesi più completi che io conosca. Menzione d'onore alla giovane Anais Demoustier nella parte della bella, tormentata Berangère, l'amica dell'intellettualoide Joseph : ecco una giovane tanto graziosa quanto valente. Insomma , un gran bel film, uno dei migliori film francesi delle ultime stagioni, da vedere se possibile ( distribuzione italiana molto precaria, come se non vi fosse soverchia fiducia sulle posibilità di un tal film nelle nostre  sale ).

Breve ma doverosa postilla. Ogni volta che vedo un bel film francese- ormai ce ne sono tanti, in quella che è per dignità artistica e qualità  produttiva la seconda cinematografia al mondo e la prima in Europa - mi chiedo perchè in Italia non ci siano film di valore equivalente : storie interessanti, vicende anche semplici ma genuine , ben filmate , con attori tutti a posto e , soprattutto , sceneggiature che stiano perfettamente in piedi ( noi , la patria per quarant'anni e passa dei più grandi scrittori di cinema ! ). No, noi oscilliamo tra la ricerca del " capolavoro assoluto ", stile Fellini o Visconti, che poi ci offre solo ampie delusioni e un basso artigianato di filmetti senza pretese, opera di registi che si fermano quasi sempre al secondo o terzo film , assolutamente inesportabili. Perchè non riusciamo a produrre , a scrivere, a dirigere un film come " La casa sul mare " ? Non un capolavoro che farà data nella storia del cinema, ma un bel film di ottima fattura che si fa apprezzare e riempie in pieno la sua funzione : creare emozioni genuine e far riflettere in modo intelligente. A parte le spiegazioni inerenti al sistema produttivo francese e a quello italiano ( supportato dallo Stato il primo, semiabbandonato a sè stesso il secondo ) io credo che le ragioni profonde vadano trovate altrove. Probabilmente, noi non ci siamo liberati ancora della potente suggestione dei due grandi momenti storici del nostro cinema del dopoguerra : il neorealismo da un lato e la commedia all'italiana dall'altro . Ecco allora i tanti film  che attingono alla cronaca , che vogliono fare " più vero del vero ", film di denuncia della malavita , della degradata situazione del nostro Paese. E che , lungi dal ritrovare la fonte genuina del cinema di quel periodo- che risiedeva in una temperie politico-spirituale oggi scomparsa - si limitano a tracciare i contorni sfuggenti di una sorta di arcadia malavitosa scialba od esangue ( i film del filone " Gomorra " tra i primi ). Ed ecco dall'altra parte i film che scadono nel macchiettismo , sovraccarichi di notazioni ambientali, spesso a tendenza dialettale, da ridere o più seriosi non importa, ma che egualmente si perdono nel descriverci un' Italia  troppo marcatamente caratterizzata per essere vera.

In sintesi. L'Italia oggi è profondamente cambiata. La nostra società, almeno nelle classi medie, si va omologando a quella dei principali Paesi  evoluti. Possibile che il cinema debba  essere incapace di coglierne l'essenza se non ricorrendo alle epitomi stantie di un pur significativo passato ? A quando un bel film che parli di famiglie, di sentimenti , di vecchi e di giovani, di speranze e di sogni , senza gratuite violenze da baraccone, battutacce dialettali e il solito irridere tutto e tutti che è diventato ormai il terribile, assolutamente inane suggello di gran parte della nostra triste produzione cinematogragfica ?


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