lunedì 23 ottobre 2017

" DUE GIORNI E UNA NOTTE " di Jean-Pierre e Luc Dardenne ( Belgio, 2014 )

Perdura in questi giorni, a mio umile avviso, la penuria di nuovi film che meritino  la nostra  abituale visita ad una sala cinematografica. Quel che passa il convento , almeno sugli schermi milanesi, non mi convince molto. Forse dovrei andare a vedere il film del cileno Sebastian Lelio, " Una donna fantastica ", ma sento odore di " politically correct " nella trama e quindi - almeno per ora - mi astengo. Oppure non dovrei lasciarmi sfuggire un film slovacco su cui ho scarse referenze, presentato da noi col bislacco titolo in inglese di " The Teacher ", giudicando dal fatto che, sia pure in un cinemino semiperiferico, resiste qui  da più di un mese.
 Sarà, ma nell'incertezza preferisco- come ho detto altre volte - rifugiarmi nella visione di un bel DVD con un film del passato. Che poi " passato " non vuol dire necessariamente epoche lontanissime e quindi vicende in scarsa sintonia con la nostra. Questo che vi propongo oggi- e che alcuni di voi potrebbero aver visto a suo tempo - non ha che tre anni di vita ed è sempre attualissimo. Scritto e diretto dalla coppia di registi belgi che ci ha dato, in poco più di un ventennio, alcuni tra i film più sinceri ed intensi che sia capitato di vedere  (ricorderete, nella scorsa stagione, " La ragazza senza nome " ) questo " Due giorni e una notte " si vede sempre con grande emozione ed un genuino piacere estetico . Il cinema dei fratelli Dardenne  (les frères ", come vengono chiamati con semplicità e rispetto dai cineasti e dai cinefili ) non tradisce mai le nostre aspettative. Appaga sempre la nostra sete di verità, la verità dei sentimenti, e libera il gioco delle nostre reazioni emotive : pietà, tristezza, affetto e speranza per  personaggi  ordinari  ma emblematici della vita d'oggigiorno.


Il punto di partenza , cioè il quadro ambientale da cui prende le mosse la vicenda, è ben conosciuto dai fedelissimi dei Dardenne perchè , ad ogni loro film, è sempre lo stesso. Siamo a Seraing, località che fa parte dell'agglomerazione di  Liegi, nella parte francofona del Belgio. Zone un tempo piuttosto fortunate dal punto di vista economico per la presenza di importanti giacimenti di carbone (tutte le miniere sono ormai chiuse ) e di una connessa attività siderurgica di considerevole ampiezza,oggi in gravissima crisi. Zone quindi socialmente depresse, come tante altre in Europa e dove la nascita di nuove piccole attività economiche non è ancora in grado di assorbire la disoccupazione o il sottoimpiego venutisi a creare. Ed è qui, in questi centri urbani topograficamente abbastanza confusi, distesi  in modo irregolare lungo la  Mosa, il grande fiume della regione, in questi anonimi quartieri di abitazioni modeste ma ancora dignitose, senza un vero centro, con scarsi luoghi di aggregazione che i Dardenne - che hanno sempre vissuto lì - ambientano le loro vicende.  Vicende esemplari di una condizione umana chiusa spesso nel guscio dell'indifferenza, senza vera interazione tra le persone o i gruppi familiari, a volte poco solidale negli stessi  ambienti di lavoro. I personaggi dei loro film, piccoli artigiani, giovani in cerca di occupazione, immigrati,persone che con difficoltà sbarcano il lunario, si muovono su questo ristretto palcoscenico. Cambiano di nome di film in  film ( ma gli attori , tutti fedelissimi dei " frères ", sono spesso gli stessi, riconoscibilissimi ) vivono vicende sempre diverse ma accomunate da una situazione di malessere esistenziale prima ancora che economico e ambientale. Il fatto è che i due autori non sono tanto interessati agli aspetti politici e sociali delle vicende che vengono messe in scena- pur precisi e presenti, mai edulcorati - quanto alla dimensione umana , alle risonanze " interne " dei personaggi, potremmo dire,  che quelle vicende sono chiamati a vivere. Cinema eminentemente " umanistico ", quindi , perchè incentrato sulle persone semplici, sui loro sentimenti, le loro paure, le loro modeste aspettative . Che pone in evidenza situazioni di disagio, talvolta anche di grande difficoltà, ma senza cadere nella disperazione. Anzi, dotato sempre di un cauto , provvidenziale ottimismo che deriva proprio dalla fede nella condizione umana, fragile e sorprendentemente forte al tempo stesso.

Possiamo, oltretutto in un difficile momento dell'esistenza,  vedere il nostro destino lavorativo messo in gioco in un referendum tra i nostri colleghi in cui questi siano chiamati a scegliere tra, da un lato,  il mantenimento del nostro posto di lavoro e, dall'altro, l'ottenimento di un " bonus " , cioè un premio "una tantum " di un migliaio di euro ( collegato , però, al nostro automatico licenziamento ) ?  Scelta tremenda quella che- nell'intento di ridurre il personale e forse anche di liberarsi di un elemento ritenuto meno valido - viene proposta dalla direzione ai dipendenti della fabbrichetta di pannelli solari nella quale lavora Sandra, la protagonista del film e la "nominata" per la fatale estromissione. All'inizio del film, è un venerdì sera, Sandra apprende che il referendum ha dato una schiacciante maggioranza all'ipotesi del " bonus " e quindi, indirettamente, a favore del suo licenziamento. Per una donna giovane ma sposata ( il marito fa il pizzaiolo in un caffè e non deve nuotare nell'oro ) con due figli ancora piccoli e che, soprattutto, esce da una grave depressione che l'aveva costretta a restare a casa per lungo tempo, non precisamente una bella notizia. Ma c'è ancora una speranza, come le dicono subito una collega di lavoro ed il marito. Quella , avendo ottenuto che il direttore consenta la ripetizione del voto il lunedì successivo, di convincere nel frattempo una parte di coloro che avevano votato a favore del premio in danaro a cambiare orientamento e a pronunciarsi, questa volta, per la continuazione del rapporto di lavoro di Sandra ( rinunciando, s'intende in questo caso al "bonus" ). Per raggiungere questo ( non facile ) obiettivo mancano solo, quindi, due giorni. Due giorni ( più una notte ) che Sandra impiegherà, sostenuta dal marito, a contattare una buona parte dei colleghi di lavoro andandoli a cercare a casa loro durante il fine settimana. Non vi racconterò, ovviamente, come va a finire questa vicenda così drammatica. Ma, senza tradire la consegna che mi sono dato, vi dirò almeno che le peregrinazioni di Sandra non assumono un significato solo ai fini dello scioglimento del nodo narrativo al centro del film  quanto anche della  crescita personale del personaggio, dei contatti che stabilisce con colleghi di lavoro con i quali, prima, scambiava forse solo un rapido saluto. Una storia " di formazione ", insomma, come tutte quelle dei fratelli Dardenne.

" Due giorni e una notte " ha quindi  come nucleo centrale - voi vedete -  un tema nobilissimo. Muovendo da una situazione purtroppo molto comune, l' odierna precarietà del posto di lavoro a fronte dei bisogni  alla cui soddisfazione , per converso, diventa sempre più difficile rinunciare , ad essere esplorati in questo film  sono la condizione umana, il rapporto con sè stessi di maggiore o minore autostima, le relazioni con gli altri, l'empatia e la solidarietà che ne derivano. Ma, come ho ricordato prima, è vero che  il viluppo dei sentimenti, il dolore , l'angoscia, costituiscono il sostrato delle vicende solitamente proposte dai due autori. Ma l'acuta, sensibile osservazione delle tipologie umane  (che qui compone una straordinaria " galleria " di figure di contorno, ma non per questo meno importanti )  e il costante anelito dei personaggi a liberarsi dal peso  dei condizionamenti che impediscono loro di assurgere ad una rinnovata positività, in breve alla consapevolezza di ciò che è  "giusto" fare e , quindi ad una speranza di rigenerazione, sono il contrappeso che fa dei loro film tutt'altro che delle opere tristi e pessimistiche. E tutt'altro che triste è il risultato figurativo di  "Due giorni e una notte ".Questo è un film  splendido dal punto di vista anche formale. Difficile rimanere insensibili alle sequenze degli incontri di Sandra  con i colleghi di lavoro o alle scene di vita familiare, tutte filmate con scioltezza del ritmo espositivo e solidità della costruzione drammatica. Ecco spiegato perchè i  " frères " ci offrono solo un film ogni  due- tre anni . Tale è infatti la loro cura nella preparazione di un nuovo titolo ( l'impostazione degli attori, le numerosissime prove prima di incominciare a girare , la scelta dei luoghi dove ambientare la vicenda , in particolare gli interni, tutti grondanti di verità ) che i normali tempi di produzione vengono necessariamente dilatati.
Marion Cotillard ( sì, proprio lei, l'interprete di tanti film " patinati " di stampo semi-hollywoodiano) è in scena sempre  e risulta qui di una assoluta, sconvolgente autenticità. Accanto agli altri interpreti minori, una menzione particolare va fatta almeno per l'attore che interpreta il marito, il bravo e misurato Fabrizio Rangione ( che, con il suo nome italianissimo, ci ricorda il contributo storicamente rilevante dato al Belgio dai nostri connazionali immigrati ). Quanto sono commoventi e convincenti i fratelli Dardenne con il loro neo-neorealismo ! E, soprattutto, quanto sono bravi ( nella sceneggiatura così come nella regia ) nel non far emergere  troppo la loro bravura ! Nella francescana semplicità, voglio dire, di " nascondersi " interamente dietro le loro storie ed i loro personaggi, dietro la nuda verità delle une e degli altri.

  


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