sabato 11 novembre 2017

" UNA QUESTIONE PRIVATA " di Paolo Taviani ( Italia, 2017 )

I film sulla Resistenza ( 1943-45 ) sono tanti. Ed alcuni davvero pregevoli, anche a prescindere dal  quadro ambientale, per noi italiani così emotivamente intenso. Penso, tanto per citare un paio di titoli,  a " Roma città aperta " e a " Paisà ". Ma queste, mi rendo conto, sono opere che vanno al di là della loro cornice storica, per assurgere , in assoluto, ad una ricerca sulla stessa condizione umana, né più né meno che tutte quelle del loro autore, Roberto Rossellini. La Resistenza come "pretesto ", verrebbe fatto di aggiungere. O meglio, come punto di partenza davvero particolare ( il momento in cui ognuno, dopo quel terribile 8 settembre, dovette spesso e in fretta operare scelte decisive per sè e per gli altri ) da cui sviluppare poi il tema della responsabilità, del rapporto con gli altri, del dovere, del sacrificio. Non tutti i film " resistenziali " (numerosi soprattutto nell'immediato dopoguerra e poi negli anni '60 -70 ) si sono posti gli stessi interrogativi, le stesse preoccupazioni etiche dei due capolavori di Rossellini. Paghi, mi sembra di poter dire, di celebrare momenti salienti dell'epica insita nella tradizionale " narrazione " di quelle vicende ( " Le quattro giornate di Napoli " di Nanni Loy ) ovvero di utilizzare quella specialissima lotta per improbabili  trasposizioni trionfalistiche nella  temperie politica coeva all'autore ( " Novecento " , parte seconda, di Bernardo Bertolucci ). 
Ambizioni non semplicemente illustrative o consolatorie sono quelle invece del film di questa settimana , egualmente situato nel periodo della guerra civile e più precisamente nell'autunno del 1944, prima dell'ultimo, terribile inverno che in Alta Italia fu preludio, e presagio,  del 25 aprile. Ne fanno fede, in partenza, la personalità e la carriera davvero esemplare dei fratelli Paolo e Vittorio  Taviani che hanno scritto questo film , " Una questione privata ", traendolo " liberamente " come dicono i titoli di testa (e su questo torneremo ) dall'omonimo romanzo - o racconto lungo, se preferite - di Beppe Fenoglio.  Sceneggiatura quindi, come sempre , a quattro mani ma regia affidata questa volta al solo Paolo, probabilmente per l'età più avanzata di Vittorio ( entrambi comunque hanno ormai oltrepassato brillantemente l'ottantina ! ). E che avevano già in passato creato un'opera di singolare bellezza collocata egualmente nell ' incandescente 1944, "  La notte di San Lorenzo ". Sceneggiatori e registi di una ventina di film , con qualche inevitabile scivolone ma diversi film all'attivo che restano tra i migliori italiani dell'ultimo mezzo secolo. Autori impegnati , come si diceva un tempo ( ed anche politicamente " schierati " ) discutibili per alcuni aspetti del loro cinema ma onesti e mai banali.

La storia , nel suo dipanarsi fattuale, è abbastanza fedele al libro di Fenoglio. Questo -va ricordato - è non solo uno dei migliori che siano stati scritti sulla Resistenza . E' anche, come sosteneva  Italo Calvino, uno dei più bei romanzi italiani del Novecento, carico di una fortissima suggestione che deriva dai personaggi, dalla vicenda, dall'ambientazione. Ed i primi due elementi, sostanzialmente,  ci sono. Milton , il protagonista, è un giovanissimo partigiano, un intellettuale timido e idealista che, come tanti coetanei, ha lasciato gli studi universitari per andare in montagna ad aggregarsi ai gruppi combattenti spontaneamente creatisi dopo l'armistizio e l'occupazione tedesca. Ossessionato dal ricordo di Fulvia, una ragazza di condizione superiore di cui si era perdutamente innamorato in una precedente estate, egli  torna col ricordo ai  lunghi pomeriggi trascorsi nella bella villa di lei ascoltando dischi americani ( " Over the rainbow " ) ed intessendo timidi approcci amorosi  senza speranza. Vuota ormai la villa perchè i suoi occupanti sono tornati in città per sottrarsi ai pericoli della guerriglia partigiana che infuria nella zona,  alcune fortuite confidenze avute dalla custode gli instillano improvvisamente il dubbio che , mentre egli era lontano, militare prima dell'8 settembre,la ragazza possa essersi abbandonata con il comune amico Giorgio - bello e molto più sicuro di sé - ad assai meno platonici interludi. Roso dal tarlo della gelosia, ma forse più ancora dal desiderio di chiarezza, di qualcosa che possa soddisfare la sua sete di verità, Milton non ha che un mezzo. Rintracciare Giorgio, partigiano anche lui in una zona limitrofa, parlargli, farlo parlare. Ma Giorgio, si apprende nel frattempo, è stato malauguratamente preso prigioniero dai fascisti, rischia anzi di venire fucilato  e di portare quindi con sè nella tomba la testimonianza di ciò che può essere  accaduto. Di qui prende le mosse l'affannosa ricerca di Milton, il suo incontro con altri gruppi partigiani, con gli abitanti del posto cui si rivolge per informazoni , il tentativo addirittura di catturare un fascista per scambiarlo ed ottenere la liberazione di Giorgio. Sino al concitato finale che non vi rivelo.
 Milton, che sopravviva o meno al termine della vicenda, ha intrecciato, dovremmo forse dire sovrapposto, la propria " questione privata " alla lotta contro il comune nemico, allo sforzo collettivo.Un venir meno ai propri doveri, potremmo frettolosamente concludere. O forse no, non del tutto, se riflettiamo al forte sentire morale di Milton , alla sua  purezza ed alla sua giovinezza, al " diritto " all'amore  ed alla propria autodeterminazione, sacrificati inevitabilmente nello scontro che lo oppone ad altri giovani, egualmente prigonieri di una contingenza storica che  spinge incessantemente gli uni e gli altri verso l'autodistruzione.

Bellissimo tema, come vedete. Una descrizione della Resistenza priva di retorica, problematica e a mio avviso modernissima anche se non certo " revisionista " ( il romanzo è stato scritto diversi  anni dopo la Liberazione ed è uscito, postumo , nel 1963 ). Non  è questione in essa  di disconoscere quale fosse, nella guerra civile, la " parte giusta ". Ma piuttosto di collocare retrospettivamente tutto quel magma , quel ribollire di sentimenti e di passioni, nel grande fiume della memoria, la memoria di una straordinaria esperienza umana  in cui gioia e dolore, amore e morte,  vicende private e pubblici accadimenti costituiscono un nodo ormai inestricabile. Ed il tono del romanzo, ora secco e puramente descrittivo, ora  tenero ed elegiaco , gli da un sapore particolare, il gusto delle cose buone e semplici. Priva di sovrastrutture intellettualistiche, la " cifra " romanzesca balza purissima e ci dà una vicenda esemplare, capace di scolpirsi per sempre nella nostra mente e nel nostro cuore.
Qui sorge l'interrogativo. E mi ricollego a ciò che avevo preannunciato all'inizio di questo scritto. Cosa volevano dire i titoli di testa  del film stabilendo, tra questo e  il testo di Fenoglio, quell'ambiguo rapporto che è forzatamente insito nella piccola frase " liberamente tratto da " ? I fatti ci sono tutti o quasi e quelle piccole aggiunte o modifiche operate in sede di sceneggiatura non stravolgono l'impianto complessivo della vicenda ed anche il suo significato ultimo che ho cercato di individuare dianzi. Ma il tono, il gusto così tipicamente legato al retroterra geografico e culturale di Fenoglio ( ricordiamolo, nato e vissuto ad Alba, in Piemonte ) quello è rimasto ? Certamente no. E ce ne rendiamo conto fin dall'inizio, quando ci accorgiamo che gli interpreti, fino all'ultimo comprimario, parlano con cadenze dialettali che tutto ricordano salvo che il piemontese. In breve , la storia è stata, bella e buona,  " delanghizzata " dai fratelli Taviani. Non siamo più in quella lingua di territorio così caratteristica in provincia di Cuneo, le Langhe appunto, in cui sono ambientati quasi tutti i testi narrativi dello scrittore ( e che del resto non costituisce neanche il " set " dove è stato girato il film  )  ma in una sorta di " non territorio ", da qualche parte nell' Italia del 1944. Ma neanche il riferimento storico-temporale è chiaramente evocato.  Le divise dei militi fascisti certo sono quelle e le armi da fuoco degli uni e degli altri sembrano d'epoca. Ma i personaggi evitano quasi sempra e con cura di citare nomi e fatti che possano suffragare l'ipotesi che si tratti veramente del conflitto così apertamente descritto da Fenoglio nel romanzo. Potrebbe anche essere una qualunque altra, insensata ed indecifrabile tenzone, eminentemente tra giovani.
Capisco il desiderio dei Taviani, conforme al cinema di tipo non naturalistico ma politico e brechtiano che vanno facendo da sempre, di liberare la vicenda da una caratterizzazione localistica e troppo intimamente legata alla Storia che le avrebbero tolto quel significato universale e paradigmatico che essi probabilmente ricercavano. Ma occorre dire che la doppia "decontestualizzazione " in tal modo operata ( dalle Langhe e dai precisi contorni del conflitto tra fascisti ed antifascisti ) non rafforza il senso umanissimo della vicenda ma anzi l'intristisce e lo banalizza, svirilizzandolo. E con  questo non intendo certo contestare l' autonomia, in generale, del cinema rispetto all'opera letteraria. Ma piuttosto militare per una necessaria fedeltà a quel  " minimo " essenzialissimo, fatto di luoghi e di riferimenti, che quest'ultima racchiude e senza il quale essa  non avrebbe neanche potuto vedere la luce. Potreste immaginare , faccio solo un esempio, " Guerra e pace "  senza la steppa russa e l'invasione napoleonica ? Oppure i " Promessi  Sposi " lontani da quel ramo del lago di Como e  con i bravi trasformati in semplici rubagalline ? Peccato per questo duplice errore che non sarebbe certo piaciuto all'autore, fosse stato ancora in vita.

Detto questo, il film non è certo da buttare. Fratelli Taviani  è un marchio che vuol dire garanzia di  rigore stilistico, di inquadrature perfette, di movimenti di macchina semplici ed essenziali.  Si guardi alle prime scene, quando viene introdotto il personaggio principale e vengono poi evocate le figure, quasi trasfigurate nel ricordo di Milton, dei compagni di vacanza e di schermaglie amorose, la soave Fulvia e l'audace Giorgio. Qui sì, siamo vicini alla pagina di Fenoglio, al suo narrare trasognato, delicato eppure denso e terragno ( ancora le Langhe... ). Non più quando entrano in scena i compagni di Giorgio gravidi di improbabili accenti umbro-laziali ed il particolare incanto della narrazione perde mordente. Resta una descrizione puntuale e a tratti persino convincente della insensatezza di quel cruento ,crudele e forzato giocare a rimpiattino con la morte ad opera di giovani che avrebbero molto più diritto di cimentarsi in altre imprese. E resta, tratteggiato con mano sicura, l'affannoso prodigarsi del protagonista nella sua " ariostesca " follia d'amore e nel pervicace tentativo di raggiungere  quella  privata " verità " che gli interessa,  in mezzo a tanti infingimenti collettivi che ne contrastano il progredire.
Merito anche, occorre dirlo, dell'ottima interpretazione di Luca Marinelli nella parte di Milton : sensibile, partecipe ed attenta, una prova davvero convincente. Meno bene gli altri due giovani attori principali. Un pò troppo leziosa la Fulvia di Valentina Bellè, ancorché graziosissima. Abbastanza anonimo e di scarso risalto il Giorgio del Richelmy (che essendo poi, contrariamente che nel libro, meno bello del Milton del Marinelli, non si capisce proprio come Fulvia potrebbe farne il preferito ).
Fotografia sempre molto curata, con un'abbondanza forse di vapori che avvolgono alcune scene e che poco hanno a che fare con la fitta nebbia magistralmente evocata da Fenoglio. Musica così così, con un eccesso di " Over the rainbow " in tutte le salse.  Dietro le quinte, il mago di Oz sommessamente ringrazia.





Nessun commento:

Posta un commento