giovedì 7 settembre 2017

" DUNKIRK ", di Christopher Nolan ( Gran Bretagna, USA, 2017 )

Non sono un patito di film di guerra. Come , forse ricorderete,  non amo in generale neanche i film di fantascienza. Sono allergico agli eccessi di violenza, sullo schermo come nella vita. E allora Shakespeare, mi direte, che  nelle sue tragedie di violenza ne ha tanta ? Sì, vabbè, ma è Shakespeare. E poi lì la violenza è funzionale a ciò che egli  intende dirci, al nodo esistenziale che vuole rappresentare. Non è  mai gratuita, insomma, come accade invece in tanti ( troppi ) film d'azione. Larga categoria nella quale ci sono anche capolavori, badate bene: western,polizieschi, film noir, perfino qualche film di guerra vero e proprio. Ma, in questo caso, gli atti violenti sono sublimati dal genio dell'artista che, nella sua particolare sensibilità, sussume , accetta per così dire la brutalità di quei gesti e ce li restituisce purificati da  una rappresentazione filmica che toglie loro ogni quotidiana volgarità . Nei tanti film di guerra che ho visto , soprattutto da ragazzino ( parlo dei novecento cinquanta, anni ancora frastornati dalla recente conflagrazione mondiale e dal rischio di un nuovo scontro tra le grandi potenze ) la violenza da cui erano pervasi - che me li fa oggi rifiutare quasi in blocco -  solo poche volte veniva riscattata dalle intenzioni dell'autore. Intenzioni pacifiste ( " Il nudo e il morto " di Raoul Walsh ) oppure semplicemente umanistiche ( e qui citerei almeno " L'urlo della battaglia"  di Samuel Fuller ). Ma intenzioni comunque che andavano al di là di una mera descrizione, grafica e spesso compiaciuta, di una violenza troppo presente nella natura umana e troppo devastante per essere mostrata senza che ci siano gli anticorpi necessari.

Spinto dal successo mondiale che sta riscuotendo e dal fatto che è diventato ormai un argomento corrente di conversazione e di approfondimento nei media e sul web, sono andato a vedere  "Dunkirk",  arrivato  da qualche giorno sui nostri schermi. Dunkirk, come è noto, è la denominazione inglese di Dunkerque, la località balneare della Francia del Nord , quasi al confine col Belgio, resa celebre  per la rotta subita  dalle truppe inglesi incalzate dai  tedeschi  ed il loro susseguente rocambolesco  rimpatrio tra la fine di maggio e gli inizi di giugno del 1940. Un rovescio militare che sembrava dovesse consegnare l'intera Europa al dilagare dell'avanzata nazista, minacciando la stessa Gran Bretagna. Ma che , grazie all'incredibile " operazione Dynamo " posta in essere per volere di Churchill, salvò ben 300.000 uomini altrimenti destinati alla morte o alla prigionia, permettendo al governo di Londra di riorganizzare le sue forze e di contenere con maggiore ottimismo l'aggressione hitleriana che in quel momento sembrava inarrestabile. Una sconfitta dunque, Dunkerque, ma al tempo stesso una vittoria della capacità organizzativa, del senso del dovere, del coraggio e della tenacia che sono stati sempre la caratteristica del popolo britannico. Proprio partendo da queste "virtù"  ormai poco praticate da una parte e dall'altra della Manica, ci si è domandati- sulla scia del film - quanti , soprattutto tra i giovani di oggi,  riusciranno a comprendere il significato di quell'autentica epopea e a trarne spunto per un'opportuna riflessione sulle qualità d'animo e di ingegno che - confrontati come siamo ancora a possibili sfide geopolitiche- occorre pur continuare a coltivare. E , non senza fondamento, si è sollevato qualche dubbio sul permanere di quella  , diciamo almeno " identità nazionale "  per non parlare di " spirito patriottico ", che consente, nel momento del pericolo, di sublimare il proprio " particulare " confondendolo in un salvifico ed altruistico sforzo collettivo. Grossi interrogativi, come si vede. Sacrosanti, certamente, ma a mio giudizio non sempre giustificati da un'opera che , pur commendevole sul piano delle intenzioni, non mantiene tutte le sue promesse sul terreno prettamente cinematografico.

Dirò prima dei meriti del film, che pur ci sono e sono tanti, inducendomi a consigliarne la visione soprattutto agli appassionati di storia e a quanti amano i film spettacolari ed energici (l'angloamericano Christopher Nolan, talentuoso regista di un paio di " Batman " e del fantascientifico " Inception ",si conferma uno specialista del genere ).In luogo di prendere le mosse da un contesto più ampio, quale avrebbe potuto essere la vittoriosa avanzata delle truppe tedesche sullo scacchiere franco-belga-olandese nella primavera di quell'anno, il film parte proprio , si può dire, dalla spiaggia di Dunkerque. Lì cominciano ad ammassarsi le truppe britanniche in ritirata, nella speranza di riuscire a reimbarcarsi per la madrepatria. Speranza resa ardua dall'unico molo cui possono attraccare le scarse navi disponibili della marina di Sua Maestà, dalle avverse condizioni atmosferiche e dal martellamento costante dell'aviazione nemica. Circostanze che, sul piano cinematografico, ci regalano ottime, concitate sequenze con frequente impiego di inquadrature dall'alto, momenti di buona tensione narrativa ed una  discreta partecipazione emotiva ad una vicenda umana di sicura presa sul pubblico. Il sacrificio collettivo, l'inevitabile smarrimento di tanti poveri  fanti che capiscono di essere ad un passo dalla morte, il coraggio e direi la felice ostinazione dei capi militari che sovraintendono alle operazioni di salvataggio, l'eroismo dei piloti dell' aviazione britannica inviati a contrastare coraggiosamente la preponderanza numerica di quella tedesca, tutto contribuisce a dare compiutamente il senso della drammaticità di quelle giornate. Senza considerare poi lo sforzo davvero sorprendente delle migliaia di privati che dalle coste inglesi -  marinai, pescatori,  appassionati di imbarcazioni da diporto, proprietari anche di piccoli yacht -  si lanciarono coraggiosamente nelle acque  della Manica ( diversi di loro perirono  ) per correre al salvataggio dei loro soldati : salvataggio che , senza quell'audace contributo, difficilmente avrebbe potuto avvenire. Un ' epopea civile , dunque , e non solo militare che il film sottolinea con vigore plastico e la giusta enfasi nazionalistica. Confesso anch'io che, alla " panoramica " di quelle piccole e temerarie imbarcazioni accompagnata dall' orgogliosa risposta a chi gli chiede chi siano ( " è la Patria ! " )  da parte del l'ammiraglio britannico che sul molo di Dunquerque le vede arrivare con soddisfazione , ho avvertito  un brivido attraversarmi la schiena...

Veniamo ora però alle ragioni per cui sostengo che " Dunkirk " non è il capolavoro che alcuni dicono che sia, Nè , aggiungo, una svolta nel modo di girare i film di guerra, una  autentica "rivisitazione " del genere insomma. Manca , innanzitutto, nel film un preciso punto di vista , un angolazione necessaria per farci capire le " ragioni " non solo politiche o  civili ( l'elemento celebrativo, abbiamo visto, quello è chiaro ) ma anche e soprattutto estetiche di questa impresa cinematografica. Non giova qui al film la scelta di ricorrere, nello sviluppo narrativo,  a tre tasselli separati :  la vicenda di due soldati che cercano disperatamente di imbarcarsi, l'odissea di uno yacht lanciato verso le coste della Francia, il combattimento aereo con la Luftwaffe di un eroico pilota della RAF sul cielo di Dunkerque. Tre momenti di quelle confuse giornate che , in luogo di comporre una visione unitaria della realtà pur partendo da  situazioni diverse  (terra, mare , cielo ) restano  tre frammenti separati. Ciascuno , come si è visto, con gli innegabili meriti di una resa spettacolare ed a tratti emotivamente coinvolgente  ma senza riuscire a fondersi in unica, potente e convinta rappresentazione artistica. Le tre narrazioni si inseguono, si intersecano, si sovrappongono una sull'altra (  talvolta con qualche difficoltà per lo spettatore a seguirne il filo conduttore ) senza che emerga in maniera convincente un punto di vista personale , chiaro e limpido, da parte di Nolan ( regista e sceneggiatore unico ). Manca , insomma , l'elemento unificante che c'è , invece , in altri film egualmente composti da frammenti narrativi . Penso, per restare nei film di guerra , a " I giovani leoni " di Edward Dymytrick o al celebre " Il giorno più lungo " sullo sbarco in Normandia. Ma potrei citare soprattutto " La dolce vita ", dove l'elemento unificante del mosaico di episodi che lo compongono è costituito dal personaggio di Mastroianni, il cui sguardo pieno di disillusione e di umana " pietas " è il punto di vista estetico  ed etico dello stesso Fellini. Qui invece, ripeto, non si capisce bene quale sia la posizione del regista-sceneggiatore ( orrore per la violenza, pietà per le vittime, esaltazione del coraggio ? ). C'è un pò tutto, ma manca la sintesi, la " morale ", la "ragion d'essere " dell'opera,  chiamatela come volete. Abbiamo un bell'affresco, capiamo anche quale sia stata la committenza, ma l'artista si è eclissato, pago dei bei colori e delle belle forme stese sulla parete,  senza che di lui rimanga una pennellata decisa, un volto , un profilo, qualcosa di personale, che ci permetta di individuarne meglio le intenzioni.

Non mi sembra , infine , che " Dunkirk " innovi cosi' profondamente in un settore già tanto "visitato". Le regole del genere mi sembrano sostanzialmente rispettate ( anche la narrazione per blocchi narrativi separati , come si è visto , non è una novità ). Il coraggio, la paura, la lotta per la sopravvivenza , la morte che aleggia implacabile. Sono tutti motivi che abbiamo visto innumerevoli volte. Nè qui mi pare di scorgere alcuno sguardo autenticamente nuovo, tale da far gridare alla rivoluzione dei tradizionali canoni espressivi. In definitiva , si tratta di un film onesto, solido nella raffigurazione quanto claudicante nella parte narrativa. Ancora una volta un buon regista ( Nolan ) si è rivolto ad uno sceneggiatore maldestro ( sè stesso ) nell'errato convincimento di poter fare a meno di un più abile professionista del ramo. Il voler essere " autore " del film a parte intera ( come Chaplin o Welles... ) gli ha fatto dimenticare che anche registi altrettanto grandi di questi ultimi ( Renoir, De Sica , Fellini ) pur padroni di una ben precisa idea di partenza si sono fatti sempre coadiuvare, per svilupparla, da fior di sceneggiatori e dialoghisti. 
Due ultime annotazioni. La recitazione è discreta ( purtroppo la copia in versione originale ancora non circola a Milano ) ma manca qualcuno che spicchi veramente, da Kenneth Branagh ( l'ammiraglio ) a Tom Hardy  ( il pilota della RAF ). La fotografia è corretta ma non memorabile ( di mari in tempesta se ne sono visti di migliori, perfino nello sciagurato " Ma loute " della scorsa stagione ).
Un demerito ed un merito particolari, infine. Lungo tutto lo svolgimento del film ( 110 minuti circa ) non cessa un istante - così almeno mi è sembrato - una colonna sonora musicale roboante e fastidiosa, niente affatto in linea con un film di guerra che, per esprimere tensione ed orrore,basterebbe che riproducesse i soli rumori che si odono su un campo di battaglia : il crepitio delle armi leggere, il fragore dell'artiglieria, lo spaventoso boato delle bombe , i lamenti dei feriti.
Pregio invece davvero non da poco- e qui effettivamente una innovazione c'è rispetto ai film di guerra degli ultimi trent'anni- è il partito preso di non far vedere le ferite, il sangue , gli arti sezionati o divelti, le interiora fuoriuscite delle vittime della violenza bellica. Spettacolo disgustoso cui, in un'orgia di malcelato voyeurismo, ci eravamo assuefatti e che ha sempre costituito il tratto più nefasto di opere a volte , per altri versi, non disprezzabili. I defunti e i feriti non hanno bisogno di essere " spettacolarizzati ". E tutti ci immaginiamo facilmente le loro sofferenze, senza che si vada , in definitiva, a mancar loro di rispetto. Se questa è l' " innovazione " recata dal film,  che sia dunque benvenuta.



2 commenti:

  1. Finalmente al cinema! L'estate é finita e riprendo con molto piacere le mie piacevoli distrazioni. Oggi ho visto Dunkirk, sono rimasta molto entusiasta. Interessante spostare la visione ed il racconto tra il cielo, il molo ed il mare, il sovrapporsi. dell'azione, dai tre punti di vista mi hanno sempre portato al concetto di sopravvivenza. Ho immaginato tre linee che confluiscono in un solo punto, sopravvivere. É per la sopravvivenza si calpestano sentimenti, valori, ideologie ed etica. La guerra distrugge e trasforma l'uomo, ( terribile la frase del colonnello che dava la precedenza a salire sulla nave agli inglesi...) il messaggio che ho ricevuto é una terribile angoscia perché il nemico é il nemico, ma l'alleato, l'amico diviene nemico nel momento in cui stiamo per lottare contro la morte. In molte sequenze il regista si sofferma su questo dramma della guerra, il silenzio nelle file di attesa composte, negli sguardi disperati, in quel bellissimo fotogramma di migliaia di elmetti che si gettano a terra per salvarsi dagli attacchi aerei, la paura si é trasformata in silente attesa.
    La fotografia a mio parere molto modesto é superba, il mare, il cielo, quella infinita distesa di sabbia bianca da uno spiraglio di speranza, i duelli in cielo li ho trovati emozionanti e molto poetici, gli occhi dei piloti e le mani sulla cloche descrivevano l'ansia del loro animo. Mi é piaciuta molto l'insolita angolazione con cui il regista ha trattato il film, eliminando gli orrori cruenti fisici ha esaltato il dramma dell'animo che si attenua in quella infinita distesa del mare e del cielo. Bellissimo il volto dell'ammiraglio con gli occhi colmi di lacrime quando vede salpare le ultime barche salvando quasi tutti i suoi soldati..... Un bellissimo film, la ringrazio ancora della sua preziosa recensione in attesa del prossimo! A prestissimo.
    Francesca Boccassini

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  2. Sempre molto piacevoli e profonde le Sue riflessioni, cara Amica ! Il film non mi ha convinto pienamente nel suo complesso per le ragioni che ho esposto ( so di essere in netta minoranza... ) Ma le cose che Lei dice a proposito della paura , l'angoscia , la sopravvivenza, così come sono mostrate dal regista mi trovano d'accordo. Peccato, a mio avviso, che il film sia così spezzettato nella narrazione senza che emerga un vero punto di raccordo. Insomma, non me ne voglia, ma l'ho trovato- come si dice -più abile che ispirato. Un buon film , per carità ( c'è in giro molto di peggio ) ma non un'opera completamente riuscita. Forse mi sbaglio, ma era lecito da una grande pagina di storia come Dunkerque attendersi qualcosa, tutto sommato, un tantino più sottile e corposa al tempo stesso. Ma, ripeto, accetto opinioni divergenti ( soprattutto quando sono acute e ben argomentate come le Sue ) !

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